Io mi sto preparando

Il miracolo di questo giovedì pomeriggio è che alle cinque e venti, mentre varco la soglia del portoncino di casa con le buste del bucato fatte in lavanderia a gettoni, in cielo c’è ancora un po’ di luce, e intanto brilla addirittura qua e là una stella.

Dopo il tramonto spettacolare di una settimana esatta fa, e fino a stamattina, il cielo era stato ininterrottamente nascosto là dietro a uno strato spesso di qualcosa che non avevo mai visto, un blocco uniforme di cemento che ti separa dal cielo, dall’aria, dalle stelle. Uno strato così spesso che anche di notte il cielo non si fa così scuro, perché le luci della città gli rimbalzano contro. No, non ho mai vissuto in pianura padana, no, non lo sapevo cosa volesse dire quando il sole non si fa vedere per una settimana, a Roma d’inverno veniva a piovere a secchiate violente ma poi tornava il sereno e spesso, nei pomeriggi d’inverno, dall’enorme finestra del mio ufficio, rimanevo ipnotizzata a guardare e fotografare un cielo sempre diverso, che faceva da sfondo al pino, (sempre lo stesso pino, ironizzava una cara collega), delle mie fotografie. Continua a leggere

Mille pezzi del mio cuore


Quando è uscita questa canzone la mia casa era una stanza di un ostello per arrampicatori in Spagna. Cambiavo stanza ogni tre-quattro giorni per fare posto in base alle prenotazioni degli ospiti in arrivo. Anzi, a dire la verità, all’epoca la mia stanza erano le mie cose organizzate in alcune scatole e portaoggetti, che mi permettevano un rapido trasloco all’occorrenza: una scatola-comodino, una scatola-armadio, una scatola-scaffale per cianfrusaglie e libri, una busta per le scarpe e un fantastico portaoggetti da bagno dell’ikea che rappresenta appunto, da un anno a questa parte, il mio mobile da bagno portatile, carico di asciugacapelli, medicine per ogni evenienza, smalti, creme e un sacco di altre cose che non serve menzionare.

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Il mostro della burocrazia

Oggi c’era un sole meravigliosamente tiepido, e per la prima volta da quando sono qui sono andata in bici senza guanti. Stamattina nell’intervallo tra una lezione e l’altra ho aperto Facebook sul computer che abbiamo in aula, e la mia home mi dava il buongiorno ricordandomi che oggi c’è il sole, e invitandomi a godermelo, perché poi arriva la pioggia. Grazie, Facebook, sei gentile a ricordarmi che qui ci sono solo un centinaio di giorni di sole all’anno, o almeno così dicono. Ho spento il computer infastidita e sono andata a comprare un muffin dalla panetteria all’angolo. Continua a leggere

Una vita all’altezza

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Sto iniziando a credere che abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo sbagliato a inseguire a tutti i costi la realizzazione personale tramite il lavoro.

I miei genitori hanno lavorato (e mia madre lavora ancora tanto) tutta la vita con passione a qualcosa in cui hanno creduto profondamente, la loro ricerca scientifica. Conosco poche persone fortunate come loro. Continua a leggere

Cosa imparerò domani

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Sono ripartita da casa tre settimane e circa tremila chilometri fa. Ero talmente stanca, sciupata e malaticcia che mentre rifacevo pigramente la valigia e caricavo le mie cose in macchina mi sono domandata parecchie volte chi me lo facesse fare. Sarebbe stato sicuramente meglio riposare ancora, dopo i quattro faticosissimi mesi di lavoro estivo ininterrotto, e infatti ancora per una decina di giorni dopo la mia partenza ho avuto malanni vari a giorni alterni e batterie praticamente scariche. Ciò nonostante, pian piano e spesso in buona compagnia, sono riuscita ad arrivare parecchio lontano, a farmi accogliere da braccia amiche, care e molto care, in posti vecchi e ritrovati e in posti che ancora non conoscevo. Continua a leggere

Ha det bra!

Le sei del mattino. Quest’isola, ormai la mia isola, non è mai stata così bella.

L’avevo vista poche volte, nella luce delle sei del mattino, che poi non è la stessa luce delle sei delle mattine di maggio in cui qualche volta, nel fine settimana, quando l’autobus delle sei e trenta non era in servizio, avevo accompagnato al traghetto una coppia di tedeschi che poi avevano scritto nella recensione parole fin troppo gentili su di me, e un’altra volta due scozzesi che mi avevano scambiata per spagnola, e l’architetto uruguayo che per due settimane era stato mio compagno di cene nella mia prima stanza sgangherata, di pranzi quasi rubati nella cucina dell’ostello mentre facevo le pulizie, di missioni notturne per recuperare ospiti rimasti bloccati da una frana e da un traghetto guasto, e di escursioni anch’esse notturne sulla montagna su cui dicevo a tutti di non salire (e avevo ragione). Continua a leggere

Settembre

L’aspetto più incredibile del fatto che è arrivato settembre è che l’impalcatura è ancora lì. L’impalcatura è quella sui due fianchi della grande casa della famiglia E., che per molte generazioni ha fatto la storia di questo villaggio. Quando sono arrivata qui non sapevo nulla di quella casa. Poi gli ospiti hanno iniziato a chiedermi: è ancora vivo il signor E.? E io non sapevo di chi stessero parlando. Le settimane scorrevano e io, nella mia minuscola reception, ero troppo impegnata a imparare mille compiti amministrativi e studiare la soluzione di molti problemi logistici per domandarmi chi fosse questo signore di cui mi si chiedevano notizie.

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