È ora che io vada

Quella passata è stata una notte di vento e insonnia. Tanto vento e tanta pioggia. Di solito qui la pioggia è fitta, costante e silenziosa, invece stanotte sbatteva alle finestre dell’ostello, bussava alle porte per entrare. Ho faticato a prendere sonno e mi sono svegliata dopo meno di due ore con una luce che sembrava delle sette di un mattino piovoso ed erano le quattro e mezza. Una delle mie compagne di stanza, una diciottenne tedesca che è in viaggio da sola in Scandinavia da sei settimane e che scrive cartoline alla mamma e al suo ex con cui non parla più, avrebbe dovuto svegliarmi nel cuore della notte per vedere l’alba, ma altro che alba con queste nuvole. Alle otto e un quarto tutto l’ostello di Å, o per lo meno tutti coloro che dormivano nell’edificio del museo – in effetti quello di Å è una specie di “ostello diffuso” che occupa diversi edifici di questo villaggio di pescatori – erano in piedi: “hai dormito, tu? Io no”. “Neanche io”. Tutti così. È un sollievo non essere la sola con queste occhiaie, pensavo che l’insonnia fosse dovuta al pensiero che il ritorno a casa si avvicina, ma in effetti non dev’essere così.
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Immobile tra lame di roccia

C’era una volta un piccolo paese, neanche troppo piccolo, neanche troppo isolato, seduto su una serie di lame di roccia alte decine o un centinaio di metri, appoggiato sul fianco di una strana montagna che era essa stessa una lama, un gigantesco lastrone arancio e grigio. Il paese se ne stava lì, lento, quasi fermo, e sembrava ignaro della bellezza e del tesoro che custodiva, con le sue gole e le sue strane pareti. Continua a leggere