La finestra sul mondo

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Sono qui da un mese e mezzo e già quando sono arrivata non faceva per niente buio. Ora giorno e notte la quantità di luce è perfettamente uguale, cambia solo la qualità. A quest’ora, verso mezzanotte, il mare diventa rosa da questo lato della costa, il lato sfigato, quello dove non c’è alba e non c’è tramonto (è sulla costa occidentale, dalla parte opposta rispetto a qui, che il sole fa finta di sorgere e tramontare, sfiora l’orizzonte e torna su). Io se posso vado alla scogliera con una lattina di birra, l’unico lusso che abbiamo da queste parti, lusso visto che una lattina da mezzo litro costa quasi quattro euro, e mi metto lì su un sasso a guardare il mare che cambia colore, con una luce diversa ogni giorno. L’anno scorso una ragazza norvegese che lavorava qui nella panetteria del villaggio mi disse una cosa che ora porto con me ogni giorno. Che puoi fare ogni giorno la stessa camminata, la stessa escursione, ma non sarà mai la stessa, perché la luce cambia ogni volta. La luce, la quantità di neve sulle montagne, gli uccelli in volo sopra il lago. Ora che sono qui da un po’ capisco cosa intende. E penso che forse se pubblico tante foto dello stesso lago e della stessa scogliera non percepirete, come faccio io, il tempo che passa, la neve che si scioglie, la luce che aumenta ancora per qualche giorno e che poi inizierà a diminuire e mi farà dimenticare la vaga tentazione di restare qui per qualche altro mese anche dopo l’estate, perché senza tutta questa luce questo posto è diverso, perde un po’ della sua magia. Continua a leggere

Lo zaino rosso

La ragazza con lo zaino rosso bussa alla porta a vetri del piccolo bed&breakfast, ma a parte me non c’è nessuno. Maria, Nicola e Nelson, i tre dipendenti, sono probabilmente tutti dall’altra parte della strada, nel bar-ristorante che credo appartenga agli stessi proprietari. Lascio le lenticchie a sobbollire in pentola e vado ad aprirle la porta. Vedere lei e il suo zaino mi strappa un sorriso. Credo sia la prima ragazza in viaggio da sola zaino in spalla che incontro da tre mesi a questa parte.

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Il grande giro delle Lofoten in trenta ore di autostop

Sono le otto e mezza di una sera senza vento quando arrivo alla porta dell’ostello di Stamsund. C’è un cartello, scritto in prima persona come molti altri nell’ostello, che invita a bussare o chiamare il numero 6 con una specie di citofono, e pazientare perché, scrive Roar, il proprietario, “it might take a bit time”. E infatti Roar mi dice di accomodarmi nella cucina-sala comune e aspettarlo lì. Meno male, perché sono sfinita e lo zaino è pesante.
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È ora che io vada

Quella passata è stata una notte di vento e insonnia. Tanto vento e tanta pioggia. Di solito qui la pioggia è fitta, costante e silenziosa, invece stanotte sbatteva alle finestre dell’ostello, bussava alle porte per entrare. Ho faticato a prendere sonno e mi sono svegliata dopo meno di due ore con una luce che sembrava delle sette di un mattino piovoso ed erano le quattro e mezza. Una delle mie compagne di stanza, una diciottenne tedesca che è in viaggio da sola in Scandinavia da sei settimane e che scrive cartoline alla mamma e al suo ex con cui non parla più, avrebbe dovuto svegliarmi nel cuore della notte per vedere l’alba, ma altro che alba con queste nuvole. Alle otto e un quarto tutto l’ostello di Å, o per lo meno tutti coloro che dormivano nell’edificio del museo – in effetti quello di Å è una specie di “ostello diffuso” che occupa diversi edifici di questo villaggio di pescatori – erano in piedi: “hai dormito, tu? Io no”. “Neanche io”. Tutti così. È un sollievo non essere la sola con queste occhiaie, pensavo che l’insonnia fosse dovuta al pensiero che il ritorno a casa si avvicina, ma in effetti non dev’essere così.
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Libertà

Il fatto è che prima di partire non ho “studiato”. O, meglio, ho studiato il minimo indispensabile per arrivare fino alle Lofoten. E poi, da lì, vedremo, we can take it from there, come dicono gli inglesi con un’espressione che per qualche ragione mi piace un sacco. E così, quando Terje mi dice: non importa se piove, devi vedere Saltstraumen, andiamo!, io non so di cosa stia parlando.
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La febbre del sabato sera

Narvik, siamo in arrivo nella stazione di Narvik, this is the end of the line, capolinea. L’annuncio del capotreno, dopo 23 ore e 25 minuti di viaggio, è una liberazione. Il viaggio non è stato eccezionale, salvo forse per l’eccezionale numero di ore di sonno che sono riuscita a concedermi, era una vita che non dormivo così. Un couchsurfer di Narvik con cui avevo scambiato un paio di messaggi l’altro giorno mi diceva che negli ultimi 45 minuti di viaggio (gli unici in territorio norvegese, questa linea ferroviaria è svedese e sconfina in Norvegia solo per un breve tratto) avrei potuto ammirare dal finestrino un paesaggio maestoso. E invece solo nebbia e così ho solo intravisto fiordi e gole.
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Sui miei passi

A trentadue ore dal decollo del mio volo di ritorno in Italia sono ancora a Djupavík, trecento chilometri esatti da Reykjavík, cinquanta dei quali della peggior gravel road a strapiombo sul mare. Dissuasa da uno dei ragazzi dell’hotel Djupavík dall’idea di restare qui fino all’ultima sera e fare l’autostop in dodici ore fino a Reykjavík dal mattino dopo, e nonostante una specie di pioggia e un vento tutt’altro che piacevole, mi metto in attesa di una macchina di passaggio a una ventina di metri dall’hotel, al riparo dagli attacchi delle sterne artiche e proprio davanti al piccolo edificio in cui ho passato la notte. Continua a leggere