Sui miei passi

A trentadue ore dal decollo del mio volo di ritorno in Italia sono ancora a Djupavík, trecento chilometri esatti da Reykjavík, cinquanta dei quali della peggior gravel road a strapiombo sul mare. Dissuasa da uno dei ragazzi dell’hotel Djupavík dall’idea di restare qui fino all’ultima sera e fare l’autostop in dodici ore fino a Reykjavík dal mattino dopo, e nonostante una specie di pioggia e un vento tutt’altro che piacevole, mi metto in attesa di una macchina di passaggio a una ventina di metri dall’hotel, al riparo dagli attacchi delle sterne artiche e proprio davanti al piccolo edificio in cui ho passato la notte. Continua a leggere

Il dono

Le undici di sera all’ostello di Broddanes. Là fuori, oltre le grandi vetrate, un tramonto spettacolare si insinua tra la costa di fronte, quella di Strandir, e quella del promontorio all’estremo nord, disabitato e inospitale, Hornstrandir. La vetrata non è pulitissima e così esco a scattare delle foto all’esterno, forte della protezione, fornitami dalla signora dell’ostello, del cappello-elmetto anti-sterne artiche, che in questo modo non dovrebbero poterti colpire alla testa. Le sterne, però, indispettite dal trucchetto, decidono di esprimere il loro disappunto cercando di colpirmi con la loro arma alternativa: una pioggia scrosciante di escrementi. Mi scanso non so come e mi ritiro sconfitta in ostello.
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Il cielo dietro il vetro

L’ostello è un grande edificio moderno di due piani, bianco e nero, praticamente in riva al mare, in fondo a una stradina di campagna che è un villaggio di quattro case, trenta balle di fieno, due trattori e due cani. Come molti edifici moderni in queste piccole località, visto da fuori può apparire veramente brutto, e stona, o a seconda dei gusti fa contrasto, con le case colorate e i tetti spioventi. Continua a leggere

Estate islandese

Estate islandese. Diciassette gradi. Piedi a mollo nell’oceano. Dieci chilometri di spiaggia rossa da percorrere. La pelle scottata dal sole. Passeggiare tra tratti di sabbia e tratti di mare, a piedi nudi nelle acque tiepide di un oceano che ha montagne innevate e un ghiacciaio come sfondo.
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Dietro la cartolina

Viaggiare piano, anzi pianissimo. Fermarsi per qualche giorno in un posto che non sembra per nulla interessante, “buttar via” il pomeriggio, non mettere bandierine, non leggere la guida.

Uscire portando con sé costume, ciabatte, asciugamano anche se vai a comprare da mangiare, fare due passi sugli scogli per scattare qualche foto in una baia sommersa di alghe tra inseguimenti tra uccelli magrissimi dal becco rosso, camminare senza meta con le buste della spesa in mano. Continua a leggere

Vado a fare la spesa

In questi posti che a volte non hanno esattamente neanche un nome e un indirizzo, ma sono identificati solo da una freccia lungo la strada principale, “andare a fare la spesa” vuol dire 20 km fino al negozio più vicino o 50 km fino al primo centro abitato degno di essere chiamato tale. Ho finito il pane e alcuni altri generi di prima necessità, e non volendo costringermi a mangiare salumi e formaggi fino a dopodomani, decido di impiegare il pomeriggio per andare a fare un po’ di provviste.
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Verso sud

Sono seduta a terra da mezz’ora a bordo strada su una salita dove finisce l’asfalto e inizia la gravel road, la strada di ghiaia. A pochi metri da me un cartello segnala “gravel road ahead” e intima all’automobilista di rallentare e di prestare attenzione ai sassolini che la macchina potrebbe far schizzare in tutte le direzioni.
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