Sul confine

C’è un televisore schiantato nella piazza vicino casa, quella popolata dai junkies e dagli skaters, a pochi metri da dove sono caduta con la bici l’altra sera, quando pioveva a dirotto, come qui non succede mai, e uscita dal lavoro avevo dovuto eccezionalmente aspettare sotto una tettoia che la pioggia si desse una calmata. E tu che sotto quella pioggia ci stavi lavorando – pedalando – mi hai chiesto di andare in copisteria per te un minuto prima che fosse FeierabendE quando sei arrivato avevo già formattato, stampato e tagliato i volantini e siamo ripartiti in bici e un brutto uomo ti ha detto di spostarti dalla pista ciclabile, tu e il tuo grande zaino-cubo di Foodora che è anche un arredo del tuo soggiorno, e io mi sono lasciata scappare un insulto in spagnolo bisbigliato a mezza bocca eppure lui l’ha sentito e forse capito, e così è stata quasi rissa e conseguente fuga, e io sono caduta con la bici sul marciapiede rosso bagnato, senza conseguenze per me e per la mia bici, ma non per la tua bici, che misteriosamente, forse per telepatia, ha sputato via la catena e ha rifiutato di continuare a funzionare. E così tu te ne sei andato verso il tuo appuntamento con i volantini freschi di stampa e la mia piccola bici a fiori fucsia e io in pizzeria al porto a piedi con la tua, rotta, quella che già avevi prestato a mio fratello, con un livido in più e il sorriso di chi si sente più vivo degli altri.

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Fuori luogo

Esco di casa in bici per andare al colloquio introduttivo con l’insegnante di spagnolo dell’università popolare. Sono in ritardo. L’orario di ricevimento è di due ore, e quando monto in sella alla bici mancano solo venti minuti alla fine della seconda ora. Sì che l’insegnante non è tedesco, avrà pazienza, ma siamo pur sempre in Germania e gli orari di lavoro qui si rispettano. Il che, in sé, non è una cosa cattiva. In un certo senso, qui spesso quando scatta l’orario di chiusura o di fine turno, al lavoratore “je cade la penna”, come diceva anni fa una collega nel mio vecchio lavoro. Ovvero lascia tutto com’è, come in un fermo immagine, e se ne va a casa. In tedesco c’è un’espressione apposita per questo momento, Feierabend machen, che qui trovate spiegata magistralmente in italiano.

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Il mio rifugio

Le palestre di arrampicata si nascondono di solito negli angoli più umidi e scuri delle periferie delle città, di ogni città, piccola o grande, in cui mi sono affacciata. Si nascondono, è il caso di dirlo, l’insegna di solito c’è, ma la noterai solo quando ormai sei praticamente arrivato all’ingresso. Qui la palestra di arrampicata, anzi di bouldering, perché la parete alta per scalare con la corda non c’è, esiste solo da due anni, quindi è ancora abbastanza una novità, ma nonostante si nasconda tra capannoni, silos, canali e parcheggi deserti, mi pare essere un luogo in cui si ritrova moltissima della gente più interessante che ho conosciuto in questi mesi. Come ho letto in un articolo ultimamente, probabilmente è solo perché la palestra di bouldering sta diventando un’alternativa alla palestra normale, al fitness. Dubito che la maggior parte di queste persone abbia mai visto o vedrà mai una corda o una falesia. Ma forse il tempo mi smentirà.

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Io mi sto preparando

Il miracolo di questo giovedì pomeriggio è che alle cinque e venti, mentre varco la soglia del portoncino di casa con le buste del bucato fatte in lavanderia a gettoni, in cielo c’è ancora un po’ di luce, e intanto brilla addirittura qua e là una stella.

Dopo il tramonto spettacolare di una settimana esatta fa, e fino a stamattina, il cielo era stato ininterrottamente nascosto là dietro a uno strato spesso di qualcosa che non avevo mai visto, un blocco uniforme di cemento che ti separa dal cielo, dall’aria, dalle stelle. Uno strato così spesso che anche di notte il cielo non si fa così scuro, perché le luci della città gli rimbalzano contro. No, non ho mai vissuto in pianura padana, no, non lo sapevo cosa volesse dire quando il sole non si fa vedere per una settimana, a Roma d’inverno veniva a piovere a secchiate violente ma poi tornava il sereno e spesso, nei pomeriggi d’inverno, dall’enorme finestra del mio ufficio, rimanevo ipnotizzata a guardare e fotografare un cielo sempre diverso, che faceva da sfondo al pino, (sempre lo stesso pino, ironizzava una cara collega), delle mie fotografie. Continua a leggere

Il mostro della burocrazia

Oggi c’era un sole meravigliosamente tiepido, e per la prima volta da quando sono qui sono andata in bici senza guanti. Stamattina nell’intervallo tra una lezione e l’altra ho aperto Facebook sul computer che abbiamo in aula, e la mia home mi dava il buongiorno ricordandomi che oggi c’è il sole, e invitandomi a godermelo, perché poi arriva la pioggia. Grazie, Facebook, sei gentile a ricordarmi che qui ci sono solo un centinaio di giorni di sole all’anno, o almeno così dicono. Ho spento il computer infastidita e sono andata a comprare un muffin dalla panetteria all’angolo. Continua a leggere

Cosa imparerò domani

[English below]

Sono ripartita da casa tre settimane e circa tremila chilometri fa. Ero talmente stanca, sciupata e malaticcia che mentre rifacevo pigramente la valigia e caricavo le mie cose in macchina mi sono domandata parecchie volte chi me lo facesse fare. Sarebbe stato sicuramente meglio riposare ancora, dopo i quattro faticosissimi mesi di lavoro estivo ininterrotto, e infatti ancora per una decina di giorni dopo la mia partenza ho avuto malanni vari a giorni alterni e batterie praticamente scariche. Ciò nonostante, pian piano e spesso in buona compagnia, sono riuscita ad arrivare parecchio lontano, a farmi accogliere da braccia amiche, care e molto care, in posti vecchi e ritrovati e in posti che ancora non conoscevo. Continua a leggere