Tra le bandiere

In Italia non state guardando i mondiali, lo so, qui però sì. Oggi la Germania ha giocato una merda, ha preso una batosta che a loro fa male. A me non fa male, io vivo in una bolla messicano-colombiano-spagnola qui a Münster e voglio bene a tutti loro. Uguale come va a finire, mi godo e mi godrò questi mondiali da spettatrice di tutte le partite, finora le ho viste quasi tutte, ho sempre qualcuno con cui simpatizzare, in questa bolla in cui per ogni paese ho un conoscente o amico o persino qualcuno che è andato in Russia per i mondiali (compreso chi ci è andato in bici). Continua a leggere

Come se andare lontano fosse uguale a morire

Il prato davanti al lago è deserto, pulito e pettinato, vestito a festa con i bidoni arancioni sistemati in ordine vicino agli alberi e alle tre palle da biliardo, di fresco pittate di bianco.

Come si fa a fermare il tempo? Ho appena detto che mi piacciono tanto le sere di giugno, quando fa buio più tardi che mai e c’è più tempo per essere felici. È la sera del primo giugno ed è venuto a piovere sul kebab siriano, sulla limonata strepitosa alla menta e sulle nostre (tante) parole. Il fuggi fuggi degli altri clienti ha fatto spazio per noi a un tavolo un po’ più al riparo. Un signore anziano ci guarda di nascosto alla finestra. Chissà se ci ascolta mentre ci raccontiamo di stomaci orrorosi e fettuccine Alfredo e polizia al barbecue e punk in pensione e piante di cui prendersi cura per imparare a prendersi cura di sé stessi. Continua a leggere

L’ostello delle anime

Sabato è stato il primo vero giorno di sole dell’anno. La sensazione che si prova nell’accorgersi di potersi togliere la giacca, almeno per qualche ora, almeno al sole, è qualcosa che solo chi vive a queste latitudini può capire. Perché qui l’inverno è interminabile e buio, ma poi la primavera e l’estate, in un certo senso, arrivano, con la promessa di lasciarci indossare davvero i pantaloni corti e i vestiti leggeri e di farci fare festa all’aperto fino a tardi con la luce del giorno.

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Liberi tutti

Le sette del mattino, inizia già a fare giorno e la luce rende quasi bello persino il brutto, sperduto quartiere residenziale per studenti dove vivono due degli amici con cui ho condiviso questa ultima, folle giornata di carnevale. Forse non è vero che è questa luce a rendere tutto più bello, ma forse solo il pensiero che finalmente, tra pochi minuti, per due ore e mezza potrò infilarmi sotto le coperte che uno dei due amici mi presterà e concedermi un breve riposo prima di andare al lavoro, soluzione di fortuna visto che la mia coinquilina dorme e ho lasciato le chiavi a casa. Siamo reduci da tre ore di treno regionale in piena notte con due cambi, più un autobus e prima un taxi. Sul treno abbiamo dormito a turno, mettendo la sveglia sui cellulari dalle batterie ormai tenute in vita a fatica, per non perdere la coincidenza tra un regionale e l’altro.  Continua a leggere

L’ora dei miracoli

È l’ora dei miracoli, l’ora in cui dopo tre mesi grigi finalmente è uscito il cielo, l’ora in cui lungo la strada grigissima per andare al lavoro mi accorgo all’improvviso dell’esistenza dei colori, l’ora in cui mi lascio bruciare gli occhi da un tramonto che non ricordavo, lungo una strada a senso unico su una collina che non sapevo esistesse.

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Una catena di regali

Dopo una serie di prove teoriche e pratiche (comprese le ovvie difficoltà con le complessità della lingua tedesca), immaginate di ricevere un tesserino che vi permette, come membro di un’organizzazione no profit che combatte gli sprechi alimentari, di andare, previo appuntamento, a recuperare le cose da mangiare che ristoranti, negozi, supermercati e bar altrimenti butterebbero via.

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Il grande salto

Quasi due settimane fa a mezzogiorno ero seduta in mezzo agli ulivi, ricoperta di fango dalla testa ai piedi, con una birra in mano e cose buone da mangiare, in una meritata pausa nel corso di una giornata in cui, con il fantastico couchsurfer che mi ospitava e con la sua ancor più fantastica madre, abbiamo raccolto oltre milleduecento chili di olive da una ventina dei seicento alberi del loro uliveto. Poi li abbiamo portati all’impianto dove le olive vengono pulite e pesate e infine portate nel posto in cui diverranno olio.
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