The great gig in the sky

[English below, under the photos]

La prima volta che ho visto l’aurora boreale era cinque anni fa, in un quartiere residenziale di una bellissima città quattrocento chilometri ancora più a nord di qua. La gente portava a passeggio il cane e faceva jogging come niente fosse e noi siamo scesi dall’autobus di linea a tre fermate dal nostro affittacamere e sopra di noi danzava nel cielo questa cosa incredibile. Quella sera ho pensato a come sarebbe stato un giorno vivere in un posto dove l’aurora ce l’hai lì sulla tua testa quasi tutte le sere per molti mesi all’anno, e non ci fai più caso. Continua a leggere

Selfie al faro

Il faro, la scogliera, l’oceano, il tramonto. Quasi ci faccio l’abitudine. In effetti, me li vado a cercare, questi posti. La scogliera di Látrabjarg nei fiordi islandesi, il punto più a ovest dell’Europa, dove arrivare in autostop è una vera avventura. Il faro di Skomvær, su un isolotto sperduto in mezzo a un oceano gelido cento chilometri al largo della Norvegia settentrionale. Il faro di Cabo Trafalgar in Andalusia, circondato da onde bellissime e distese di sabbia deserte, a poche centinaia di metri da spiaggia e baretto e parcheggio affollati di centinaia di surfisti e surfiste perfettamente curati al cui cospetto io, che eccezionalmente non avevo potuto farmi una doccia nei precedenti tre giorni, mi sentivo un po’ a disagio. Continua a leggere

Le case a fette

Sto qui in Spagna da due mesi e ancora non ho comprato una guida. Un libro, intendo. E a questo punto, dubito che mai la comprerò. Il motivo è, tra le altre cose, che non trovo quasi mai una guida che fa per me. Non solo perché gran parte delle guide sono fatte per viaggiatori disposti a spendere. Ci sono anche le guide per backpackers e per chi viaggia con due lire, ovviamente. Però, in Spagna, il viaggio low cost tipicamente previsto per i giovani (o comunque da chi viaggia senza famiglia al seguito) mi pare essere più che altro mare, tapas e locali, oppure il classico e frenetico tour delle città più importanti per visitarne le attrazioni principali e metterci, per così dire, le bandierine, e se c’è una guida per backpackers sicuramente farà riferimento più che altro a quel tipo di offerta. Insomma, in genere, e a maggior ragione qui, non mi pare facile trovare una guida per un turismo lento, economico e principalmente immerso nella natura e fatto di perdersi nei vicoli dei piccoli paesi e nelle strade sterrate di campagna. Continua a leggere

Cemento

Steypa. La parola islandese che vuol dire cemento. Il cemento con cui trenta uomini, nel corso di dodici piovosissimi mesi tra il luglio 1934 e il giugno dell’anno seguente, realizzarono a Djupavík, ai piedi di una cascata sulla costa di Strandir, uno degli angoli più remoti d’Islanda, in cui non arrivava neanche una strada, quello che all’epoca era il più grande edificio di cemento esistente in Islanda e la fabbrica per la lavorazione delle aringhe più moderna d’Europa. Forse fin troppo moderna ed efficiente, e fu forse proprio questo che portò Djupavík a un rapido declino. Nei primi anni qui lavoravano così tanti uomini e donne da rendere necessario l’utilizzo in pianta stabile, come alloggio, persino di una piccola nave, che tuttora giace, completamente arrugginita, proprio davanti alla fabbrica. Ma nell’arco di un decennio le aringhe nei mari di Strandir divennero sempre meno numerose e nel 1954 la fabbrica, dopo alcuni tentativi di riconversione, chiuse i battenti.
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