Il mercatino della felicità

Da quando ho lasciato il mio vecchio lavoro e la mia vecchia vita, e da quando prima in Spagna e poi in Norvegia ho vissuto a lungo lontano dalla città, uno dei cambiamenti più radicali che ho osservato in me è che ho iniziato a detestare i negozi. Non mi è mai più capitato di andare a fare shopping per combattere il malumore, anzi.

Mi capita qualche volta di accompagnare qualcuno per negozi: per esempio i miei genitori (mamma e papà, scusate se vi uso come esempio!) in visita qui in Germania volevano comprare qualcosa prima di ripartire, non necessariamente qualche souvenir, ma semplicemente delle cosette tipiche di qui, che ne so, una tazza termica come la uso io, o i filtri per il caffè (pur senza avere la macchina da caffè del tipo che si usa qui). E mentre giravamo per i grandi magazzini del centro mi saliva uno strano nervosismo che ho fatto fatica a non far trasparire. E continuavo a dire loro: no, questo non lo comprate, no, questo no, è inutile, non è adatto, e così via. Mamma e papà, perdonatemi! Continua a leggere

L’atterraggio

Non so cos’è il coraggio
se prendere e mollare tutto
se scegliere la fuga
o affrontare questa realtà
difficile da interpretare
ma bella da esplorare
provare a immaginare come sarò quando avrò attraversato il mare
portato questo carico importante a destinazione
dove sarò al riparo dal prossimo monsone?

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Fuori luogo

Esco di casa in bici per andare al colloquio introduttivo con l’insegnante di spagnolo dell’università popolare. Sono in ritardo. L’orario di ricevimento è di due ore, e quando monto in sella alla bici mancano solo venti minuti alla fine della seconda ora. Sì che l’insegnante non è tedesco, avrà pazienza, ma siamo pur sempre in Germania e gli orari di lavoro qui si rispettano. Il che, in sé, non è una cosa cattiva. In un certo senso, qui spesso quando scatta l’orario di chiusura o di fine turno, al lavoratore “je cade la penna”, come diceva anni fa una collega nel mio vecchio lavoro. Ovvero lascia tutto com’è, come in un fermo immagine, e se ne va a casa. In tedesco c’è un’espressione apposita per questo momento, Feierabend machen, che qui trovate spiegata magistralmente in italiano.

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Buon compleanno

Oggi compio un anno di vita nuova. Come stamattina, un anno fa, lasciavo per l’ultima volta la mia stanza romana e, accompagnata da mamma e papà e da due zaini troppo grandi, uno per l’arrampicata e uno per tutto il resto, andavo a prendere l’aereo per quello che sarebbe stato solo il primo passo della mia nuova vita. In aeroporto incontravo per caso un vecchio amico e la sua ragazza in coda per il mio stesso volo, ambasciatori involontari ma incredibilmente gentili della mia nuova, temporanea terra. In volo verso un luogo che oggi non potrebbe essere più lontano, e in cui non ho voglia di tornare, riconoscevo già dal finestrino la terra arida e la montagna che avrebbe fatto da sfondo, per le successive sei settimane, a ogni risveglio e a ogni tramonto.

Avrei dovuto immaginare dagli eventi che mi attendevano al mio arrivo come sarebbe stata la mia vita nei mesi a venire. Ma, forse per fortuna, ho imparato a essere fin troppo concentrata sulle sensazioni del momento per preoccuparmi di ciò che mi aspetta.

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Il mio rifugio

Le palestre di arrampicata si nascondono di solito negli angoli più umidi e scuri delle periferie delle città, di ogni città, piccola o grande, in cui mi sono affacciata. Si nascondono, è il caso di dirlo, l’insegna di solito c’è, ma la noterai solo quando ormai sei praticamente arrivato all’ingresso. Qui la palestra di arrampicata, anzi di bouldering, perché la parete alta per scalare con la corda non c’è, esiste solo da due anni, quindi è ancora abbastanza una novità, ma nonostante si nasconda tra capannoni, silos, canali e parcheggi deserti, mi pare essere un luogo in cui si ritrova moltissima della gente più interessante che ho conosciuto in questi mesi. Come ho letto in un articolo ultimamente, probabilmente è solo perché la palestra di bouldering sta diventando un’alternativa alla palestra normale, al fitness. Dubito che la maggior parte di queste persone abbia mai visto o vedrà mai una corda o una falesia. Ma forse il tempo mi smentirà.

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In nessun posto in particolare

La notte, prima di dormire, ti accorgi del rumore delle onde. Come se ci fosse un interruttore che spegne l’ultima luce e accende la colonna sonora in presa diretta dalla spiaggia.

Da quando sono qui il tempo è scandito solo dal suono della sveglia al mattino e dal sole che tramonta dietro la grande duna. L’ora di pranzo e cena è quando hai fame, l’ora di andare a dormire è quando hai sonno, l’ora di svegliarsi è quando hai dormito abbastanza. Continua a leggere

Le case a fette

Sto qui in Spagna da due mesi e ancora non ho comprato una guida. Un libro, intendo. E a questo punto, dubito che mai la comprerò. Il motivo è, tra le altre cose, che non trovo quasi mai una guida che fa per me. Non solo perché gran parte delle guide sono fatte per viaggiatori disposti a spendere. Ci sono anche le guide per backpackers e per chi viaggia con due lire, ovviamente. Però, in Spagna, il viaggio low cost tipicamente previsto per i giovani (o comunque da chi viaggia senza famiglia al seguito) mi pare essere più che altro mare, tapas e locali, oppure il classico e frenetico tour delle città più importanti per visitarne le attrazioni principali e metterci, per così dire, le bandierine, e se c’è una guida per backpackers sicuramente farà riferimento più che altro a quel tipo di offerta. Insomma, in genere, e a maggior ragione qui, non mi pare facile trovare una guida per un turismo lento, economico e principalmente immerso nella natura e fatto di perdersi nei vicoli dei piccoli paesi e nelle strade sterrate di campagna. Continua a leggere