L’ora dei miracoli

È l’ora dei miracoli, l’ora in cui dopo tre mesi grigi finalmente è uscito il cielo, l’ora in cui lungo la strada grigissima per andare al lavoro mi accorgo all’improvviso dell’esistenza dei colori, l’ora in cui mi lascio bruciare gli occhi da un tramonto che non ricordavo, lungo una strada a senso unico su una collina che non sapevo esistesse.

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Quando si fa buio

Primo febbraio, e ieri ho letto su un sito che questo dicembre e questo gennaio sono stati i più bui dal 1951 in Germania, ovvero da quando i meteorologi tedeschi hanno iniziato a misurare il numero di ore di sole di cui possiamo godere ogni giorno (esempio: domani zero, dopodomani zero virgola cinque, domenica altrettanto, lunedì addirittura una, magari mentre sto ancora dormendo).

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Una catena di regali

Dopo una serie di prove teoriche e pratiche (comprese le ovvie difficoltà con le complessità della lingua tedesca), immaginate di ricevere un tesserino che vi permette, come membro di un’organizzazione no profit che combatte gli sprechi alimentari, di andare, previo appuntamento, a recuperare le cose da mangiare che ristoranti, negozi, supermercati e bar altrimenti butterebbero via.

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Il grande salto

Quasi due settimane fa a mezzogiorno ero seduta in mezzo agli ulivi, ricoperta di fango dalla testa ai piedi, con una birra in mano e cose buone da mangiare, in una meritata pausa nel corso di una giornata in cui, con il fantastico couchsurfer che mi ospitava e con la sua ancor più fantastica madre, abbiamo raccolto oltre milleduecento chili di olive da una ventina dei seicento alberi del loro uliveto. Poi li abbiamo portati all’impianto dove le olive vengono pulite e pesate e infine portate nel posto in cui diverranno olio.
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La macchina del tempo

La casa è ancora lì, a metà della valle, con vista sull’alba (tarda) e sul tramonto. Sono ancora cinque i cani, ma due hanno cambiato casa, rimpiazzati da altri con cui non ho fatto in tempo a fare davvero amicizia. Sono ancora lì i cinque gatti, gli stessi di due anni fa, anche se uno di loro, uno dei due che stanotte hanno dormito nel mio letto causandomi un misto di incubi e felicità, ha un tumore che gli cresce su un fianco e che non si può curare.

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Sul confine

C’è un televisore schiantato nella piazza vicino casa, quella popolata dai junkies e dagli skaters, a pochi metri da dove sono caduta con la bici l’altra sera, quando pioveva a dirotto, come qui non succede mai, e uscita dal lavoro avevo dovuto eccezionalmente aspettare sotto una tettoia che la pioggia si desse una calmata. E tu che sotto quella pioggia ci stavi lavorando – pedalando – mi hai chiesto di andare in copisteria per te un minuto prima che fosse FeierabendE quando sei arrivato avevo già formattato, stampato e tagliato i volantini e siamo ripartiti in bici e un brutto uomo ti ha detto di spostarti dalla pista ciclabile, tu e il tuo grande zaino-cubo di Foodora che è anche un arredo del tuo soggiorno, e io mi sono lasciata scappare un insulto in spagnolo bisbigliato a mezza bocca eppure lui l’ha sentito e forse capito, e così è stata quasi rissa e conseguente fuga, e io sono caduta con la bici sul marciapiede rosso bagnato, senza conseguenze per me e per la mia bici, ma non per la tua bici, che misteriosamente, forse per telepatia, ha sputato via la catena e ha rifiutato di continuare a funzionare. E così tu te ne sei andato verso il tuo appuntamento con i volantini freschi di stampa e la mia piccola bici a fiori fucsia e io in pizzeria al porto a piedi con la tua, rotta, quella che già avevi prestato a mio fratello, con un livido in più e il sorriso di chi si sente più vivo degli altri.

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