Io sono qui

La golden hour. È sempre lei a fregarmi. Quando il sole se ne sta lì che fa finta di tramontare, è quasi mezzanotte e devi tirare fuori immediatamente la macchina fotografica per scattare una, due, dieci foto a quella luce che rende bella persino la stazione di servizio dove partendo da Reykjavík per i fiordi in una piovosa domenica pomeriggio di due settimane fa avevo, con un mio certo stupore, preso il caffè gratis (per poi imparare che in Islanda a volte è così). Continua a leggere

Sui miei passi

A trentadue ore dal decollo del mio volo di ritorno in Italia sono ancora a Djupavík, trecento chilometri esatti da Reykjavík, cinquanta dei quali della peggior gravel road a strapiombo sul mare. Dissuasa da uno dei ragazzi dell’hotel Djupavík dall’idea di restare qui fino all’ultima sera e fare l’autostop in dodici ore fino a Reykjavík dal mattino dopo, e nonostante una specie di pioggia e un vento tutt’altro che piacevole, mi metto in attesa di una macchina di passaggio a una ventina di metri dall’hotel, al riparo dagli attacchi delle sterne artiche e proprio davanti al piccolo edificio in cui ho passato la notte. Continua a leggere

Cemento

Steypa. La parola islandese che vuol dire cemento. Il cemento con cui trenta uomini, nel corso di dodici piovosissimi mesi tra il luglio 1934 e il giugno dell’anno seguente, realizzarono a Djupavík, ai piedi di una cascata sulla costa di Strandir, uno degli angoli più remoti d’Islanda, in cui non arrivava neanche una strada, quello che all’epoca era il più grande edificio di cemento esistente in Islanda e la fabbrica per la lavorazione delle aringhe più moderna d’Europa. Forse fin troppo moderna ed efficiente, e fu forse proprio questo che portò Djupavík a un rapido declino. Nei primi anni qui lavoravano così tanti uomini e donne da rendere necessario l’utilizzo in pianta stabile, come alloggio, persino di una piccola nave, che tuttora giace, completamente arrugginita, proprio davanti alla fabbrica. Ma nell’arco di un decennio le aringhe nei mari di Strandir divennero sempre meno numerose e nel 1954 la fabbrica, dopo alcuni tentativi di riconversione, chiuse i battenti.
Continua a leggere

Il dono

Le undici di sera all’ostello di Broddanes. Là fuori, oltre le grandi vetrate, un tramonto spettacolare si insinua tra la costa di fronte, quella di Strandir, e quella del promontorio all’estremo nord, disabitato e inospitale, Hornstrandir. La vetrata non è pulitissima e così esco a scattare delle foto all’esterno, forte della protezione, fornitami dalla signora dell’ostello, del cappello-elmetto anti-sterne artiche, che in questo modo non dovrebbero poterti colpire alla testa. Le sterne, però, indispettite dal trucchetto, decidono di esprimere il loro disappunto cercando di colpirmi con la loro arma alternativa: una pioggia scrosciante di escrementi. Mi scanso non so come e mi ritiro sconfitta in ostello.
Continua a leggere

Il cielo dietro il vetro

L’ostello è un grande edificio moderno di due piani, bianco e nero, praticamente in riva al mare, in fondo a una stradina di campagna che è un villaggio di quattro case, trenta balle di fieno, due trattori e due cani. Come molti edifici moderni in queste piccole località, visto da fuori può apparire veramente brutto, e stona, o a seconda dei gusti fa contrasto, con le case colorate e i tetti spioventi. Continua a leggere

Estate islandese

Estate islandese. Diciassette gradi. Piedi a mollo nell’oceano. Dieci chilometri di spiaggia rossa da percorrere. La pelle scottata dal sole. Passeggiare tra tratti di sabbia e tratti di mare, a piedi nudi nelle acque tiepide di un oceano che ha montagne innevate e un ghiacciaio come sfondo.
Continua a leggere

Fare causa allo stato

Posto che vai, causa di stress che trovi. Per i turisti sulla costa meridionale dei fiordi del Nord-Ovest dell’Islanda, la prima causa di stress non pare essere la guida su strade spesso sterrate o a precipizio sul mare, o la ricerca di un benzinaio che non c’è, ma la minaccia delle sterne artiche, che in alcune zone ti volteggiano sulla testa in stormi di decine o centinaia, e spesso lanciando un grido alquanto antipatico ti attaccano puntando alla testa. A quanto pare, non ti colpiscono mai davvero forte, al massimo ti sfiorano o ti tolgono il cappuccio della giacca. Però il tutto è davvero fastidioso, anche se in effetti siamo noi che siamo venuti a dare fastidio “a casa loro”. Molti si difendono agitando le mani in alto, ma la tecnica migliore pare quella che adottano gli islandesi: portare con sé un bastone da brandire sopra la testa all’occorrenza. E in effetti funziona bene.
Continua a leggere