Verso sud

Sono seduta a terra da mezz’ora a bordo strada su una salita dove finisce l’asfalto e inizia la gravel road, la strada di ghiaia. A pochi metri da me un cartello segnala “gravel road ahead” e intima all’automobilista di rallentare e di prestare attenzione ai sassolini che la macchina potrebbe far schizzare in tutte le direzioni.
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Viaggi disorganizzati :)

Flateyri vuol dire qualcosa come “penisola piatta”. Un tempo era un villaggio di pescatori in mezzo al fiordo, ma la natura non gli ha risparmiato nulla. A ottobre saranno vent’anni da quando una valanga nel mezzo della notte portò con sé alcune case e la vita di 20 abitanti del posto, tra cui tre fratellini, il più grande dei quali aveva quattro anni. La zona colpita ora è una spianata senza abitazioni e sopra il paese è stata costruita una enorme barriera anti-valanga a forma di V rovesciata, coperta di quei fiori azzurri che qui sono ovunque. Dopo la valanga molti abitanti se ne sono andati, non potendo sopportare il trauma. Quello che è rimasto è un paese che si è convertito al turismo. La penisola è in una posizione strepitosa in mezzo al fiordo, e il sole tramonta proprio lì dove il fiordo incontra l’oceano. Anche l’oceano, però, minaccia Flateyri. Per difendersi dalle inondazioni gli abitanti del posto hanno dovuto costruire anche una barriera fatta di enormi massi, che di fatto li ha privati della vista sul mare. Bisogna arrampicarsi sui massi per godere dello spettacolo.
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Sentirsi a casa

“Io me ne vado via
dove chiudendo gli occhi senti i cani abbaiare
dove se apri le orecchie non le chiudi dalla rabbia e lo spavento
ma ragioni giusto seguendo il volo degli uccelli e il loro ritmo lento
dove puoi trovare un dio nelle mani di un uomo che lavora
e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza
dove puoi nascere e morire con l’odore della neve
dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l’amore
dove, per dio! la giornata è ancora fatta di ventiquattr’ore
e puoi uccidere il tuo passato col Dio che ti ha creato
guardando con durezza il loro viso
con la forza di un pugno chiuso e di un sorriso
e correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro
che oggi è proprio tuo
e non andar più via”

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Ghost story

Il sole di mezzanotte mi ha fregata. La sera del mio arrivo nei fiordi il tempo era bellissimo, dal pulmino ho visto il sole alto sul mare e ho pensato che avrei avuto tutto il tempo che volevo per fotografarlo. E invece Ísafjőrđur,  dove ho passato due notti, è collocata in modo tale che il sole dopo una certa ora scompare dietro le montagne, e non c’è niente da vedere.
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Due ruote tra i fiordi

Ancora oceano. I fiordi del Nord-Ovest hanno quasi più chilometri di costa di tutto il resto dell’Islanda. Tutti li percorrono in macchina,  ma se non c’è troppo vento, in effetti anche la bicicletta è una buona soluzione. Non avrei mai pensato di andare in bici in Islanda, e invece non è male. Peccato che i posti che le noleggiano siano rari e che lo zaino non sia sufficientemente leggero da viaggiare solo in bici.
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Oceano

Fino all’epoca relativamente recente in cui si è scoperta meta turistica tra le più ambite al mondo, l’Islanda ha vissuto di pesca e pastorizia. E così ci sono villaggi di pescatori che oggi organizzano per i turisti la gita sul peschereccio per andare a pesca in mare con la gente del posto.
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Step out

Fino a quando non lo vedi, non immagini che il mezzo pubblico che ti porterà nei fiordi del Nord-Ovest da Borgarnes, cittadina tutto sommato ancora molto raggiungibile, a un’ora e mezza da Reykjavík, sia un pulmino 15 posti con il rimorchio per i bagagli. Anzi, due pulmini. Il primo, da Borgarnes a Holmavìk, parte pieno di ragazzini di ritorno da una vacanza in campeggio (piuttosto wild, a giudicare dal bagaglio: canne da pesca,  borse frigo, materassini e zaini avvolti in grandi buste dell’immondizia, come si usa qui per evitare che il bagaglio si bagni nella stiva se il pullman deve guadare un fiume) e si ferma di fattoria in fattoria lungo la strada, riportando a casa uno a uno i giovanissimi passeggeri. Nel parcheggio della stazione di servizio di Holmavìk, un altro pulmino attende i suoi cinque passeggeri prenotati solo per nome e cognome, senza carta di credito o pagamento anticipato. Quest’ultima tratta, fino a Ísafjőrđur, è carissima, ma non ci sono tante alternative per spostarsi in zona. Passano pochissime macchine, e anche per via del vento che soffia fin dentro al pulmino, non sembra che qui fare l’autostop sia molto praticabile.
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Rampa di lancio

I gruppi di turisti italiani stressati e caciaroni in partenza per un trekking che non sanno neanche cos’è. I negozi di abbigliamento tecnico da montagna più cari del mondo, che fanno fortuna sugli sprovveduti che arrivano qui in vacanza con il maglioncino, lo scialle e gli stivaletti col tacco alto. Centinaia di pullman da gita. Un belvedere con uno strano monumento, dove tutti vanno a scattare foto anche se non c’è gran che da fotografare. Una chiesa che svetta su tutta la città e che secondo le guide è a forma di razzo. Un cafè consigliatissimo da guide e TripAdvisor, che però ogni volta che ci passi è chiuso.
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Attraversare la notte

Non ho ancora viaggiato abbastanza nella mia vita; tutt’altro. Ma, soprattutto, non sono mai (ancora) andata davvero lontano. E così non ho mai fatto un volo così lungo (cinque ore senza scali) come quello di stanotte da Roma a Reykjavík. Per di più, di notte. Un po’ dormi, ma dopo esserti guadagnata un posto finestrino che non era il tuo, vorresti stare tutto il tempo col naso incollato al vetro a guardare cosa c’è fuori.
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