Parachutes

Last day on my current job after 1,5 years. “Do you already have something lined up?”, they ask me. I have a few ideas for my future, I say. Are they good ideas? Will it all work out? I don’t know. Are you worried about the future? Not at all. I have already started again in four different countries, and now that I’m not even going to leave the city that I now call home, I feel I have nothing to be afraid of. Continua a leggere

Un raggio di sole

Dodici luglio, sedici gradi, pioggia a catinelle.

Qui di solito non piove forte. Ovvero piove spesso, ma leggero. Oggi due colleghi skater sono venuti al lavoro col berretto di lana. O forse sembrava di lana, ma non lo era. Non ho avuto il coraggio di chiedere. Però so che a leggerlo, a voi che state in Italia, vi viene un colpo di calore. Continua a leggere

Out of office

Mezz’ora prima di uscire dall’ufficio mi prende una frenesia tale che non riesco più a scrivere. Devo ri-imparare come si mette l’out of office su Outlook, è da una vita che non lo faccio, e per di più in tedesco, dove sarà mai nascosto nelle impostazioni?

Accanno a metà l’ultima traduzione, salto in sella alla bici, esco dal cancello dell’ufficio e improvvisamente mi sembra di volare. Era da un anno e mezzo che non prendevo un giorno di ferie. Cioè, ne ho presi cinque in quattro mesi mentre lavoravo nell’ostello in Norvegia l’anno scorso, solo che non avevano il sapore dei giorni di ferie normali, ma quello della disperazione, dato che lavoravo sette giorni su sette, ventiquattr’ore al giorno praticamente, e quello che potreste definire un giorno di ferie era per me semplicemente il primo giorno di riposo dopo più di due mesi di lavoro ininterrotto. Continua a leggere

La parola magica

Anche se teoricamente non sarebbe il mio lavoro, quando al call center telefonano dalla Spagna e la collega madrelingua non c’è, il ragazzo del servizio clienti mi fa un cenno, mi tolgo le cuffie e lui mi dice la parola magica: Spagna! Continua a leggere

Quel giorno si sposteranno le nuvole

Era bellissimo, il tempo, in quella sera norvegese di inizio luglio. Così bello che il meteo annunciava clear sky, cielo sereno, per la tarda serata. Un evento raro, e per l’occasione stavo programmando un vero e proprio azzardo: volevo prendere in prestito quel catorcio indegno dello status di furgoncino che utilizzavamo per le pulizie dell’ostello, e andare a vedere il sole di mezzanotte dall’altro lato della costa.

Il furgoncino scassato è una costante degli ostelli in cui ho lavorato, addirittura il furgoncino a disposizione dei volontari dell’ostello in Spagna non aveva il sedile del passeggero, e quello del guidatore non si spostava in avanti, ragion per cui per guidare dovevo sedermi sulla punta del sedile e sperare di riuscire a raggiungere i pedali. Il furgoncino norvegese, invece, quando sono arrivata a maggio aveva il freno a mano rotto, un disastro in un posto tutto salite e discese, compreso l’accesso all’ostello e a ogni singola casa. E così non mi ero stupita per niente quando in un pomeriggio di maggio il mio capo mi aveva telefonato dal centro urbano a un’ora e mezza dal villaggio, per dirmi che sorprendentemente il furgoncino non aveva passato la revisione e doveva restare lì in quarantena per un po’. Poi il freno a mano era stato riparato, ma tutto il resto no, e così per tutta l’estate il furgoncino aveva continuato a emettere un orrendo sibilo che ne annunciava l’arrivo già a qualche centinaio di metri di distanza. Ed essendo il sibilo, almeno nel mio immaginario, sintomo di imminente rottura del mezzo, portare a spasso il furgoncino per quarantacinque minuti di strada, di notte (con la luce del giorno, sì, ma senza il traffico dell’ora di punta), nella speranza che quel clear sky del meteo fosse una promessa e non un’illusione, suonava come una pazzia, ma una pazzia che andava fatta.

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L’atterraggio

Non so cos’è il coraggio
se prendere e mollare tutto
se scegliere la fuga
o affrontare questa realtà
difficile da interpretare
ma bella da esplorare
provare a immaginare come sarò quando avrò attraversato il mare
portato questo carico importante a destinazione
dove sarò al riparo dal prossimo monsone?

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Fuori luogo

Esco di casa in bici per andare al colloquio introduttivo con l’insegnante di spagnolo dell’università popolare. Sono in ritardo. L’orario di ricevimento è di due ore, e quando monto in sella alla bici mancano solo venti minuti alla fine della seconda ora. Sì che l’insegnante non è tedesco, avrà pazienza, ma siamo pur sempre in Germania e gli orari di lavoro qui si rispettano. Il che, in sé, non è una cosa cattiva. In un certo senso, qui spesso quando scatta l’orario di chiusura o di fine turno, al lavoratore “je cade la penna”, come diceva anni fa una collega nel mio vecchio lavoro. Ovvero lascia tutto com’è, come in un fermo immagine, e se ne va a casa. In tedesco c’è un’espressione apposita per questo momento, Feierabend machen, che qui trovate spiegata magistralmente in italiano.

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Una vita all’altezza

[English below]

Sto iniziando a credere che abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo sbagliato a inseguire a tutti i costi la realizzazione personale tramite il lavoro.

I miei genitori hanno lavorato (e mia madre lavora ancora tanto) tutta la vita con passione a qualcosa in cui hanno creduto profondamente, la loro ricerca scientifica. Conosco poche persone fortunate come loro. Continua a leggere

La finestra sul mondo

[English below]

Sono qui da un mese e mezzo e già quando sono arrivata non faceva per niente buio. Ora giorno e notte la quantità di luce è perfettamente uguale, cambia solo la qualità. A quest’ora, verso mezzanotte, il mare diventa rosa da questo lato della costa, il lato sfigato, quello dove non c’è alba e non c’è tramonto (è sulla costa occidentale, dalla parte opposta rispetto a qui, che il sole fa finta di sorgere e tramontare, sfiora l’orizzonte e torna su). Io se posso vado alla scogliera con una lattina di birra, l’unico lusso che abbiamo da queste parti, lusso visto che una lattina da mezzo litro costa quasi quattro euro, e mi metto lì su un sasso a guardare il mare che cambia colore, con una luce diversa ogni giorno. L’anno scorso una ragazza norvegese che lavorava qui nella panetteria del villaggio mi disse una cosa che ora porto con me ogni giorno. Che puoi fare ogni giorno la stessa camminata, la stessa escursione, ma non sarà mai la stessa, perché la luce cambia ogni volta. La luce, la quantità di neve sulle montagne, gli uccelli in volo sopra il lago. Ora che sono qui da un po’ capisco cosa intende. E penso che forse se pubblico tante foto dello stesso lago e della stessa scogliera non percepirete, come faccio io, il tempo che passa, la neve che si scioglie, la luce che aumenta ancora per qualche giorno e che poi inizierà a diminuire e mi farà dimenticare la vaga tentazione di restare qui per qualche altro mese anche dopo l’estate, perché senza tutta questa luce questo posto è diverso, perde un po’ della sua magia. Continua a leggere