La bussola

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Oggi mi hanno regalato una bussola. Me l’ha regalata una di quelle persone che passano di qui per tre giorni e con cui di sfuggita ti racconti la vita, mentre impazzisci in reception tra una telefonata e un check-in. Me l’ha regalata una delle tante persone che passano di qui e mi raccontano che anche loro hanno cambiato vita, e più volte. O che anche loro sono stati, o sono tuttora, in aspettativa dal loro lavoro, per pensare al futuro o semplicemente per dare un’occhiata al mondo senza una data di scadenza troppo ravvicinata. Anche se poi, come ho imparato quest’anno, anche se hai sei mesi, il tempo si dilata, si dilata a dismisura e non basta neanche per vedere un paese, magari sì per impararne la lingua, ma per fare un viaggio no, il tempo non basta mai, il viaggio, una volta iniziato, potrebbe non finire mai. Continua a leggere

La casa in riva al mare

Torno a casa all’una e un quarto di notte solo per andare a dormire. Le ultime due ore le ho trascorse nascosta in una tana cui ho accesso quasi solo io, avevo bisogno di un po’ di silenzio dopo una giornata di lavoro in cui non ho fatto che parlare. E parlare a voce alta, scandendo le parole, con la signora cinese che è arrivata stamattina da sola con la gonna, il cappello, le sue sole venti parole in inglese e una gran voglia di chiacchierare, e ha preso in ostaggio prima me e poi il mio collega, cui avevo chiesto di sostituirmi per mezz’ora in reception per poi ritrovarlo con le mani nei capelli, perso tra le domande della signora.

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Quarti di finale

“C’è un televisore da qualche parte nel villaggio?”. È la domanda che più di frequente mi viene rivolta in questi giorni.

Nella sala da pranzo dell’ostello il televisore c’è e di solito è un oggetto che non interessa a nessuno, da queste parti. L’ostello è un edificio di centocinquant’anni di età che si vedono tutti, le maniglie delle porte ti restano in mano a volte e una coppia di olandesi un giorno mi ha chiamata per fare aggiustare la porta, era la seconda volta che gli capitava di dover uscire dalla finestra. Per fortuna stavano al piano terra. Poi il mio collega ha aggiustato la maniglia e meno male, perché gli ospiti successivi, per quanto escursionisti, avevano una settantina d’anni e non mi sarebbe piaciuto che dovessero uscire dalla finestra. Continua a leggere

La finestra sul mondo

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Sono qui da un mese e mezzo e già quando sono arrivata non faceva per niente buio. Ora giorno e notte la quantità di luce è perfettamente uguale, cambia solo la qualità. A quest’ora, verso mezzanotte, il mare diventa rosa da questo lato della costa, il lato sfigato, quello dove non c’è alba e non c’è tramonto (è sulla costa occidentale, dalla parte opposta rispetto a qui, che il sole fa finta di sorgere e tramontare, sfiora l’orizzonte e torna su). Io se posso vado alla scogliera con una lattina di birra, l’unico lusso che abbiamo da queste parti, lusso visto che una lattina da mezzo litro costa quasi quattro euro, e mi metto lì su un sasso a guardare il mare che cambia colore, con una luce diversa ogni giorno. L’anno scorso una ragazza norvegese che lavorava qui nella panetteria del villaggio mi disse una cosa che ora porto con me ogni giorno. Che puoi fare ogni giorno la stessa camminata, la stessa escursione, ma non sarà mai la stessa, perché la luce cambia ogni volta. La luce, la quantità di neve sulle montagne, gli uccelli in volo sopra il lago. Ora che sono qui da un po’ capisco cosa intende. E penso che forse se pubblico tante foto dello stesso lago e della stessa scogliera non percepirete, come faccio io, il tempo che passa, la neve che si scioglie, la luce che aumenta ancora per qualche giorno e che poi inizierà a diminuire e mi farà dimenticare la vaga tentazione di restare qui per qualche altro mese anche dopo l’estate, perché senza tutta questa luce questo posto è diverso, perde un po’ della sua magia. Continua a leggere

I know a beautiful place

Sud del Portogallo, fine marzo, tramonto. Sola in macchina di ritorno da una lunga escursione a piedi tra scogliere, dune e le onde più grandi che abbia mai visto o anche solo immaginato. A fine giornata presentimenti orribili – e, col senno di poi, tutt’altro che infondati – affollano la mia mente. Da diverse ore nell’iPod – sì, ho ancora l’iPod, finché dura – mi fa compagnia l’intera discografia di Lucio Dalla. Continua a leggere

Isole

Il viaggio di ritorno, spesso, è come un nastro che si riavvolge.

Solo che oggi c’è un’altra luce, diversa, solo che ora noti tanti dettagli in più, solo che ciò che prima era estraneo oggi è familiare, il molo di Moskenes, i cartelli stradali, i pochi negozi (due, per l’esattezza) lungo la strada, i profili delle montagne e della costa, le barche parcheggiate, ogni curva di quei cinque chilometri che hai percorso mille volte in dodici giorni, in autostop, a piedi, in una macchina presa in prestito e una volta eccezionalmente persino in bus, sotto il diluvio, nella nebbia, nel mezzo buio di mezzanotte, e forse una volta o due anche sotto una parvenza di sole. Continua a leggere

Il grande giro delle Lofoten in trenta ore di autostop

Sono le otto e mezza di una sera senza vento quando arrivo alla porta dell’ostello di Stamsund. C’è un cartello, scritto in prima persona come molti altri nell’ostello, che invita a bussare o chiamare il numero 6 con una specie di citofono, e pazientare perché, scrive Roar, il proprietario, “it might take a bit time”. E infatti Roar mi dice di accomodarmi nella cucina-sala comune e aspettarlo lì. Meno male, perché sono sfinita e lo zaino è pesante.
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