Il tempo che c’è

Il primo pomeriggio di tempo libero dal lavoro e senza un programma. Il primo pomeriggio libero dopo sette anni e mezzo di lavoro in ufficio e quattro mesi di scatoloni da fare e disfare, scartoffie, lavori da chiudere, visite mediche, roba usata da regalare in giro. La prima volta che questo pomeriggio libero non è un weekend o una festività o una vacanza, ma una nuova quotidianità. Continua a leggere

Il grande giro delle Lofoten in trenta ore di autostop

Sono le otto e mezza di una sera senza vento quando arrivo alla porta dell’ostello di Stamsund. C’è un cartello, scritto in prima persona come molti altri nell’ostello, che invita a bussare o chiamare il numero 6 con una specie di citofono, e pazientare perché, scrive Roar, il proprietario, “it might take a bit time”. E infatti Roar mi dice di accomodarmi nella cucina-sala comune e aspettarlo lì. Meno male, perché sono sfinita e lo zaino è pesante.
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È ora che io vada

Quella passata è stata una notte di vento e insonnia. Tanto vento e tanta pioggia. Di solito qui la pioggia è fitta, costante e silenziosa, invece stanotte sbatteva alle finestre dell’ostello, bussava alle porte per entrare. Ho faticato a prendere sonno e mi sono svegliata dopo meno di due ore con una luce che sembrava delle sette di un mattino piovoso ed erano le quattro e mezza. Una delle mie compagne di stanza, una diciottenne tedesca che è in viaggio da sola in Scandinavia da sei settimane e che scrive cartoline alla mamma e al suo ex con cui non parla più, avrebbe dovuto svegliarmi nel cuore della notte per vedere l’alba, ma altro che alba con queste nuvole. Alle otto e un quarto tutto l’ostello di Å, o per lo meno tutti coloro che dormivano nell’edificio del museo – in effetti quello di Å è una specie di “ostello diffuso” che occupa diversi edifici di questo villaggio di pescatori – erano in piedi: “hai dormito, tu? Io no”. “Neanche io”. Tutti così. È un sollievo non essere la sola con queste occhiaie, pensavo che l’insonnia fosse dovuta al pensiero che il ritorno a casa si avvicina, ma in effetti non dev’essere così.
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Aspettando il sole

La sera, se il cielo si apre, anche se per tutto il giorno non ha fatto altro che piovere, c’è sempre qualcuno che mette la tenda sulla scogliera dove finisce la strada, magari proprio sull’orlo della scogliera, così la scena è più fotogenica per i tanti che non si arrischiano a campeggiare, ma che arrivano qui con la macchina fotografica a portarsi via un ricordo delle onde che s’infrangono sull’isolotto laggiù, quello dove c’è un cartello scassato che, visto da qui, non dice niente.
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La bellezza inconsapevole

Ogni sera alle otto Kari va al molo dove attracca il traghetto che arriva a Røst da Bodø e riparte in direzione Lofoten. Aspetta lo sbarco dei passeggeri e poi se ne torna a casa, dall’altra parte del canale, sulla sua barchetta a motore. Aspetta. Dice che aspetta una persona che abita in una casa da quelle parti, qualcuno che qualche giorno fa è partito e non sa quando tornerà, e lei lo aspetta perché gli deve parlare.
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Io sono qui

La golden hour. È sempre lei a fregarmi. Quando il sole se ne sta lì che fa finta di tramontare, è quasi mezzanotte e devi tirare fuori immediatamente la macchina fotografica per scattare una, due, dieci foto a quella luce che rende bella persino la stazione di servizio dove partendo da Reykjavík per i fiordi in una piovosa domenica pomeriggio di due settimane fa avevo, con un mio certo stupore, preso il caffè gratis (per poi imparare che in Islanda a volte è così). Continua a leggere

Cemento

Steypa. La parola islandese che vuol dire cemento. Il cemento con cui trenta uomini, nel corso di dodici piovosissimi mesi tra il luglio 1934 e il giugno dell’anno seguente, realizzarono a Djupavík, ai piedi di una cascata sulla costa di Strandir, uno degli angoli più remoti d’Islanda, in cui non arrivava neanche una strada, quello che all’epoca era il più grande edificio di cemento esistente in Islanda e la fabbrica per la lavorazione delle aringhe più moderna d’Europa. Forse fin troppo moderna ed efficiente, e fu forse proprio questo che portò Djupavík a un rapido declino. Nei primi anni qui lavoravano così tanti uomini e donne da rendere necessario l’utilizzo in pianta stabile, come alloggio, persino di una piccola nave, che tuttora giace, completamente arrugginita, proprio davanti alla fabbrica. Ma nell’arco di un decennio le aringhe nei mari di Strandir divennero sempre meno numerose e nel 1954 la fabbrica, dopo alcuni tentativi di riconversione, chiuse i battenti.
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Il dono

Le undici di sera all’ostello di Broddanes. Là fuori, oltre le grandi vetrate, un tramonto spettacolare si insinua tra la costa di fronte, quella di Strandir, e quella del promontorio all’estremo nord, disabitato e inospitale, Hornstrandir. La vetrata non è pulitissima e così esco a scattare delle foto all’esterno, forte della protezione, fornitami dalla signora dell’ostello, del cappello-elmetto anti-sterne artiche, che in questo modo non dovrebbero poterti colpire alla testa. Le sterne, però, indispettite dal trucchetto, decidono di esprimere il loro disappunto cercando di colpirmi con la loro arma alternativa: una pioggia scrosciante di escrementi. Mi scanso non so come e mi ritiro sconfitta in ostello.
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Il cielo dietro il vetro

L’ostello è un grande edificio moderno di due piani, bianco e nero, praticamente in riva al mare, in fondo a una stradina di campagna che è un villaggio di quattro case, trenta balle di fieno, due trattori e due cani. Come molti edifici moderni in queste piccole località, visto da fuori può apparire veramente brutto, e stona, o a seconda dei gusti fa contrasto, con le case colorate e i tetti spioventi. Continua a leggere

Verso sud

Sono seduta a terra da mezz’ora a bordo strada su una salita dove finisce l’asfalto e inizia la gravel road, la strada di ghiaia. A pochi metri da me un cartello segnala “gravel road ahead” e intima all’automobilista di rallentare e di prestare attenzione ai sassolini che la macchina potrebbe far schizzare in tutte le direzioni.
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