Musica per gli occhi

In un pomeriggio di pioggia in cui nessuno vuole tornarsene a casa ci troviamo tutti insieme, un polacco, una messicana, un texano, un’italiana, un bengalese e un tedesco, a mangiare l’ultimo gelato di questa lunga estate ormai (giustamente) sconfinata in un grigio autunno, e tu hai la febbre e non hai una giacca se non la felpa con cappuccio presa in prestito da un mio amico in una notte gelida ma felice lo scorso fine settimana. Come sono stata felice, quella sera, anche se non ricordo tutto. Mercoledì, poco prima di andare a mangiare il gelato, ho incontrato un’altra foodsaver e mi ha detto: ci siamo viste davanti al supermercato, venerdì sera, stavate parlando in inglese con un senzatetto, noi avevamo fretta, ma voi sembravate felici.

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La carta da parati

I tedeschi, a quanto pare, lo chiamano Tapetenwechsel. Ovvero, il cambio di scenario, di scenografia o, alla lettera, il cambio di carta da parati. Noi lo chiamiamo, semplicemente, “cambiare aria”. Un mio amico tedesco, che sa che amo le parole particolari come questa, me ne ha fatto dono – della parola, non della carta da parati – mentre qualche giorno fa attraversavo un parco di Roma e gli raccontavo, a distanza, che fare un salto nella mia vecchia vita, dopo un anno di assenza, ci voleva proprio. Continua a leggere

Le ferite

Non sono solita ricondividere i miei vecchi post, ma è bello guardare alla me stessa di due anni fa, quella che ancora non aveva il grande zaino verde e parlava un paio di lingue in meno, che non immaginava che davvero sarebbe andata via, e che non aveva ancora imparato che quasi tutto quello che aveva era superfluo, ma stava iniziando ad accorgersene Continua a leggere

Buon compleanno

Oggi compio un anno di vita nuova. Come stamattina, un anno fa, lasciavo per l’ultima volta la mia stanza romana e, accompagnata da mamma e papà e da due zaini troppo grandi, uno per l’arrampicata e uno per tutto il resto, andavo a prendere l’aereo per quello che sarebbe stato solo il primo passo della mia nuova vita. In aeroporto incontravo per caso un vecchio amico e la sua ragazza in coda per il mio stesso volo, ambasciatori involontari ma incredibilmente gentili della mia nuova, temporanea terra. In volo verso un luogo che oggi non potrebbe essere più lontano, e in cui non ho voglia di tornare, riconoscevo già dal finestrino la terra arida e la montagna che avrebbe fatto da sfondo, per le successive sei settimane, a ogni risveglio e a ogni tramonto.

Avrei dovuto immaginare dagli eventi che mi attendevano al mio arrivo come sarebbe stata la mia vita nei mesi a venire. Ma, forse per fortuna, ho imparato a essere fin troppo concentrata sulle sensazioni del momento per preoccuparmi di ciò che mi aspetta.

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Arrivi e partenze

Ho aperto la porta, lasciato entrare il gatto che ha smontato pezzo pezzo l’albero di natale. La coinquilina dormiva ma l’abbiamo svegliata ridendo, non ce n’eravamo accorti. Un’amica, la più cara che ho, mi ha dato buca ancora una volta per stanchezza (e il suo anno lavorativo deve ancora cominciare) nonostante un appuntamento preso da settimane, perché questa città la uccide appena ci rimette piede, uccide lei come uccide me per gli svincoli chiusi senza preavviso e per le ansie degli altri che fanno capolino dalle chat di gruppo e dai messaggi dei colleghi in vista di domani e dalle mail che mi ero scordata di leggere. Un’altra amica mi ha cercata con un invito, una mostra e una cena ancora prima del previsto, e ho detto sì anche se avevo un altro mezzo impegno, perché è bello dire di sì agli inviti fatti con slancio da chi sa che tra qualche giorno sarò scivolata via. Il coinquilino nuovo mi ha offerto birre e chiacchiere in cucina con lui e un amico cervello in fuga felice, spaesato e lost in translation come me, ed è andato via verso una cena che dopo due settimane di nutrizione forzata natalizia da parte dei parenti si spera non preveda più di qualche stuzzichino. Continua a leggere

Risveglio

Il viaggio a piedi. Da quando quest’estate ho iniziato con l’autostop, guardo mappe elettroniche e cartacee con lo sguardo sognante di chi vorrebbe riuscire a partire senza prendere più tutti questi aerei. Non è che abbia paura di volare. È che il livello di emissioni prodotto da un volo aereo è tale da vanificare tutti i miei sforzi per vivere in modo sostenibile. E quest’anno, con quelli che sto per prendere, sono a quota dieci voli, tutti internazionali. Senso di colpa alle stelle. E poi, ho sempre paura di perderlo, l’aereo. Soprattutto perché i voli economici che prendo partono quasi sempre all’alba, quando i mezzi pubblici scarseggiano, e se dovesse saltare una corsa del trenino per l’aeroporto non saprei bene come cavarmela. Una volta, a Termini il primo treno in partenza per l’aeroporto era indicato al binario sbagliato, e insieme a molti altri mi sono trovata a salire e aspettare la partenza di un convoglio che non avrebbe lasciato la stazione prima di un’ora, mentre il primo Leonardo Express della giornata lasciava la stazione indisturbato – e probabilmente vuoto – da un altro binario. Miracolosamente ero riuscita ad arrivare all’imbarco del mio volo appena in tempo. Ma da allora non ho smesso di temere i brutti scherzi che il trasporto pubblico romano potrebbe giocarti quando hai un volo di prima mattina.

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A bassa voce

Alla cassa del supermercato. Mentre pago, un signore arriva da fuori trafelato e senza dire né buongiorno né buonasera, intima alla cassiera di fare un annuncio all’altoparlante: “ce sta n’idiota che ha parcheggiato da venti minuti una Citroen C1 in doppia fila”. La cassiera, che è sudamericana, fa per ripetere la frase all’altoparlante ma si blocca, “non ho capito l’inizio”, dice. E il signore ripete più forte “ce sta n’idiota, capito, n’idiota, che ha parcheggiato in doppia fila…”. La cassiera vorrebbe annunciare solo marca e modello della macchina incriminata, ma il trafelato proprietario della macchina bloccata questo non lo ripete. La cassiera non fa in tempo a parlare, che da un’altra cassa il proprietario della Citroen, un ragazzo, si fa avanti, dice mi spiace, sto pagando e arrivo. Il ragazzo ha torto, ovviamente, ma fuori trova ad attenderlo una folla inferocita di una dozzina di persone che hanno fatto un capannello e stanno lì pronte a linciarlo. Per quanto mi riguarda, a questo punto sono loro dalla parte del torto, e di gran lunga. Continua a leggere