L’amaca

Ieri, più o meno a quest’ora, ho visto per la prima volta nella mia vita l’Oceano Pacifico. Al tramonto, quando il sole non brucia più come in mezzo alla giornata, ci ho fatto il bagno per la prima volta, accolta dalle onde e avvolta dalla sabbia che mi era stata preannunciata nera e che invece è grigia, ma soffice e fina.
Ho fatto il bagno senza allontanarmi dalla riva, la corrente è molto forte e il proprietario dell’ostello, un guatemalteco ex avvocato che dice di essere stato fidanzato per quattro anni con un’italiana che si chiama come me, con un misto di spocchia e di legittimo senso di responsabilità mi ha invitata alla cautela.

Per il resto, passo le giornate sull’amaca con vista oceano, all’ombra di un capanno piramidale fatto di pali di legno e giganti foglie tropicali. Sono giunta quasi alla fine di un viaggio di tre settimane durante il quale non ho rispettato quasi nessuno dei programmi fatti prima di partire. Ho visto tanto e vissuto tanto, fotografato tantissimo e scambiato un’infinità di parole in almeno tre lingue diverse, ma non ho scritto nulla, o forse nulla che valga la pena di condividere. Ho vissuto e basta e mi viene in mente un bellissimo documentario, “Anderswo. Alleine in Afrika”, girato da un ragazzo tedesco nel corso del suo lungo viaggio in solitaria in bici dal Sudafrica fino al canale di Suez. Se parlate tedesco, ve ne consiglio caldamente la visione.

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On the other side

Cosa ci sarà dall’altra parte?

Tra tre giorni a quest’ora sarò in volo, a meno che non succedano casini o ritardi sulla strada per l’aeroporto dal bar di Amsterdam dove guarderemo una partita importante che non promette nulla di bene, e dopo la quale sarò probabilmente ben contenta di abbandonare per qualche settimana la routine del calcio e del tifo. Continua a leggere