La macchina del tempo

La casa è ancora lì, a metà della valle, con vista sull’alba (tarda) e sul tramonto. Sono ancora cinque i cani, ma due hanno cambiato casa, rimpiazzati da altri con cui non ho fatto in tempo a fare davvero amicizia. Sono ancora lì i cinque gatti, gli stessi di due anni fa, anche se uno di loro, uno dei due che stanotte hanno dormito nel mio letto causandomi un misto di incubi e felicità, ha un tumore che gli cresce su un fianco e che non si può curare.

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Due

Il paese ha case bianche e tetti color terracotta come tutti i paesi dell’Andalusia. Ha strade che si precipitano in picchiata e che mi piacerebbe evitare di dover percorrere, in macchina o a piedi, ma se non conosci il posto non le puoi prevedere. Ha fioriere fatte di pallet dipinti a colori accesi e piazzati sui muri esterni delle case bianche lungo le strade vertiginose. Nella piazza ha un bar microscopico in cui suonano la chitarra e bevono birra, ma non c’è spazio per entrare. Ha un posto dove le tapas sono buonissime e sanno ancor più di buono perché non ci vado mai, a mangiare fuori, ma stavolta si trattava di un pranzo speciale, iniziato alle quattro di pomeriggio e offerto anche a me per proprietà transitiva da una dolce signora inglese come ringraziamento per un lavoro che non ho fatto io.

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Costruire

C’ho un attacco di rabbia. Perché ho imparato come si fa il cemento nell’impastatrice e come se ne riempie un secchio, come si accende un fuoco di rami secchi senza che bruci tutta la valle, come si fa a fette un mattone forato senza farsi a fette le dita, come si uniscono due pali di legno con colla e bulloni e rondelle e dadi, come si lavora all’aperto nelle ore più calde di un marzo andaluso senza beccarsi un’insolazione. Continua a leggere

La torre di Babele

Sono in incognito. Ho deciso di non rivelare più a nessuno che parlo benissimo inglese, ogni volta che metto piede fuori da questo ostello-enclave britannica e tassativamente anglofona e mi ritrovo improvvisamente catapultata nella realtà, ovvero in territorio spagnolo. E ho deciso di non rivelare neanche che sono italiana, perché gli spagnoli sono gentili, e se provo a parlare la loro lingua nel mio modo ancora stentato, mi dicono di non preoccuparmi, tanto l’italiano lo capiscono benissimo. Continua a leggere

Città

Barcellona. Venerdì sera. Il traghetto ha fatto quasi due ore di ritardo senza una scusa, però eccomi qui, senza mal di mare, senza aver perso pezzi, con alle spalle una lunga notte di sonno pur non ininterrotto e una maratona di serie tv per far passare più in fretta le ore diurne di navigazione.

Scendo dal traghetto e mi dirigo in macchina verso il centre ciutat. Dopo tre giorni di viaggio la mia macchina è un casino di cose sparse ovunque. Tutte cianfrusaglie di nessun interesse, ma sparse ovunque. Ma adesso è tardi e farò ordine domani.  Continua a leggere

Il cartello giallo

Sull’autostrada, dalle parti di Alicante, c’è un grosso cartello giallo – anzi, due cartelli – con scritte in spagnolo e arabo, e il disegno di un traghetto. Le scritte dicono Almeria, città andalusa e antico porto del califfato di Cordoba, e poi Marruecos, Marocco, e un altro nome che non ricordo. Puntano verso sud. Puntano a terre che tra tre mesi potrebbero essere troppo calde per i miei gusti e a una costa che guarda all’Africa. Continua a leggere

I calendari

Svegliarsi di proposito un’ora prima per iniziare la giornata di lavoro andando a dare da mangiare ai cavalli, quando è già giorno ma tra le falesie spunta ancora la luna. Scervellarsi per capire dov’è finita una gallina dispersa e dov’era scomparso il gallo andato a fare un giro e tornato dopo due settimane. E dove si son messe a deporre le uova le galline rimaste al loro posto, visto che di uova fresche da un po’ di giorni a questa parte se ne trovano ben poche. Accorgersi di vivere in un posto in cui case, automobili e stanze d’ostello non si chiudono a chiave, ma i fienili sì. Ogni mondo ha i suoi beni primari: qui il fieno vale più di un tablet o di un televisore. Continua a leggere