Fino a quando non lo vedi, non immagini che il mezzo pubblico che ti porterà nei fiordi del Nord-Ovest da Borgarnes, cittadina tutto sommato ancora molto raggiungibile, a un’ora e mezza da Reykjavík, sia un pulmino 15 posti con il rimorchio per i bagagli. Anzi, due pulmini. Il primo, da Borgarnes a Holmavìk, parte pieno di ragazzini di ritorno da una vacanza in campeggio (piuttosto wild, a giudicare dal bagaglio: canne da pesca,  borse frigo, materassini e zaini avvolti in grandi buste dell’immondizia, come si usa qui per evitare che il bagaglio si bagni nella stiva se il pullman deve guadare un fiume) e si ferma di fattoria in fattoria lungo la strada, riportando a casa uno a uno i giovanissimi passeggeri. Nel parcheggio della stazione di servizio di Holmavìk, un altro pulmino attende i suoi cinque passeggeri prenotati solo per nome e cognome, senza carta di credito o pagamento anticipato. Quest’ultima tratta, fino a Ísafjőrđur, è carissima, ma non ci sono tante alternative per spostarsi in zona. Passano pochissime macchine, e anche per via del vento che soffia fin dentro al pulmino, non sembra che qui fare l’autostop sia molto praticabile.

Mentre il pulmino attraversa, in una nebbia fittissima e improvvisa,  zone che a fine giugno restano molto innevate (come in tutta l’Islanda, la neve fa contrasto con la terra scura), ancora non scorgi la bellezza dei fiordi e ti domandi cosa ci fai, qui. Dove senza macchina spostarsi sarà un’avventura e forse un salasso. Dove il “mezzo pubblico” parte solo certi giorni della settimana e dovrai necessariamente pianificare un po’ in anticipo quando sarà il momento di lasciare questi fiordi. Partita da Reykjavík con indosso gli stessi vestiti leggeri che avevo alla partenza da Roma, più solo un piumino, alla prima sosta mi devo precipitare a prendere dallo zaino un paio di strati di vestiti in più, perché si muore di freddo.

Reykjavík era la zona di comfort, piena di turisti talmente sprovveduti che al loro cospetto sentirsi forti della propria conoscenza del posto equivale a vincere molto facile. La strada infinita che costeggia, prima da un lato e poi dall’altro, il fiordo che si insinua nella terra per ottanta chilometri, della zona di comfort è l’esatto opposto. E l’iPod tira fuori, a caso, una canzone che si chiama proprio The unknown, “l’ignoto”. Affiorano una dopo l’altra parecchie domande.

Però basta poco, il pulmino si ferma per una piccola sosta in un lugubre albergo-ristorante in mezzo al nulla, e persino questo posto spettrale ha il suo fascino, con la piscina d’acqua calda termale all’aperto e il campeggio semideserto sulle rive del fiordo battuto dal vento artico. E poi, nella luce dorata delle dieci di sera, un’altra sosta davanti a una fattoria-bar, ovviamente chiusa a quest’ora (anche se la luce del giorno confonde). Non è per un altro caffè ma perché c’è una foca che prende il sole su uno scoglio proprio lì di fronte.

Sono quasi le undici e il sole è ben alto sopra l’orizzonte, sulle acque del fiordo. La luce è pazzesca. La strada s’infila in piccoli tunnel dalle pareti di roccia. La paura dell’ignoto è già andata via. Come nella canzone di José González che nel film Walter Mitty accompagna la scena, girata non lontano da qui tra l’altro, in cui Ben Stiller scende a capofitto in skateboard giù per una strada in ripida discesa, forse ciò che va fatto è solo Step out, fare il primo passo verso l’ignoto che è là fuori.

Da Reykjavík a Ísafjőrđur, fiordi del Nord-Ovest, Islanda.

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