A trentadue ore dal decollo del mio volo di ritorno in Italia sono ancora a Djupavík, trecento chilometri esatti da Reykjavík, cinquanta dei quali della peggior gravel road a strapiombo sul mare. Dissuasa da uno dei ragazzi dell’hotel Djupavík dall’idea di restare qui fino all’ultima sera e fare l’autostop in dodici ore fino a Reykjavík dal mattino dopo, e nonostante una specie di pioggia e un vento tutt’altro che piacevole, mi metto in attesa di una macchina di passaggio a una ventina di metri dall’hotel, al riparo dagli attacchi delle sterne artiche e proprio davanti al piccolo edificio in cui ho passato la notte.

L’attesa potrebbe essere molto lunga, da queste parti non passa nessuno, poi oggi è cattivo tempo e sicuramente meno turisti si spingono fino a qui. Ho chiesto all’albergo se qualcuno degli ospiti sia in partenza verso Holmavìk, il primo vero centro abitato, da cui parte la strada con cui fare ritorno a Reykjavík. Ma la risposta è stata molto evasiva. Il piano, quindi, è di trovare qualcuno che lungo la strada per Holmavìk possa lasciarmi a Laugarhóll, dove ci sono una guesthouse e una piscina termale, ma anche due piccole piscine calde naturali nascoste su per la montagna, o a Drangsnes, dove ieri gli hot tub in riva al mare erano vuoti, ma a quanto pare oggi saranno di nuovo in funzione. Per curarmi dal freddo e da un po’ di malinconia per l’inizio del viaggio verso casa, un bagno caldo all’aperto in uno scenario pazzesco è ciò che ci vorrebbe.

Come mi è accaduto costantemente ogni volta che pensavo di dover aspettare una vita per un passaggio, ho appena finito di sistemare lo zaino su un muretto quando si ferma una famiglia belga, marito, moglie e figlia, che erano in hotel e che pochi minuti prima scattavano foto davanti alla fabbrica. Salto su ringraziando e mi sistemo nella macchina piena con in braccio il mio zaino più grande di me e un piede che temo stia bloccando la circolazione alla caviglia della malcapitata figlia dei due.

Loro vanno in direzione Ísafjőrđur e potrebbero portarmi fino a un bivio non lontano da Holmavìk. Non passeranno però da Drangsnes ma solo da Laugarhóll, e un attimo di pigrizia, sommata alla piacevole chiacchierata con loro, che mi raccontano entusiasti di aver visto, il giorno prima, una balena aggirarsi in uno dei fiordi sulla strada che stiamo percorrendo, mi spinge a non chiedere di fermarmi a Laugarhóll e a decidere di proseguire verso Holmavìk. Al bivio dove mi lasceranno farò decidere alla sorte se andare a Drangsnes o a Holmavìk a trovare alloggio per la notte. È ancora pomeriggio e da Holmavìk, mollato lo zaino in una qualsiasi guesthouse, posso sempre andare a Drangsnes in autostop a fare il bagno negli hot tub.

Mentre la strada, di curva in curva, costeggia il fiordo, gli occhi dei tre belgi, compreso il marito alla guida, di conseguenza rimproverato dalla moglie (“noi siamo le turiste, lui guida”), cercano nelle acque “la loro balena” che li ha tanto emozionati, e come li capisco! Al momento di separarci, a decidere del mio destino è la gentilezza del guidatore. Solo dieci chilometri ci separano da Holmavìk, e così anziché lasciarmi al bivio mi porteranno loro fino a lì.

E così, dodici giorni dopo, sono di nuovo alla stazione di servizio N1 dove ho preso il pulmino carissimo con cui da Holmavìk ho fatto l’ingresso nella regione dei fiordi. Sembra una vita fa. Sapevo poco di questi luoghi, e non immaginavo che sarei riuscita a fare tutto quello che ho fatto in autostop. E poi questi giorni mi hanno aperto nuove strade e spalancato nuovi mondi. Molto più che un viaggio. Essere qui è come riavvolgere il nastro e mi fa uno strano effetto. Tra due ore da qui parte un bus che mi permetterebbe di essere a Reykjavík in tarda serata, ma non voglio prenderlo. Voglio restare ancora una sera, e come ultima sfida arrivare a Reykjavík in autostop domani, quando l’autobus non c’è. Non dovrebbe essere difficile. Incredibile comunque che, volendo andare nella capitale da qui con il mezzo pubblico, anche in piena estate ci siano solo tre corse di autobus a settimana.

Nel minimarket annesso alla stazione di servizio c’è una bacheca con i numeri di telefono delle guesthouse della zona. Inizio a chiamare per cercare un letto per la notte, ma per la prima volta in questi giorni mi rispondono picche ovunque. È iniziata l’altissima stagione persino qui. Solo a Drangsnes dopo tre telefonate mi dicono che hanno posto, ma a un prezzo improponibile, e rinuncio. Improvvisamente capisco che il mio viaggio nei fiordi è finito qui. Inizio a cercare un posto per dormire più a sud lungo la strada in direzione Reykjavík, chiamo ovunque ma non trovo nulla.

Mi balena l’idea di cercare di arrivare entro sera nella penisola di Snæfellsnes, di fronte alla costa meridionale dei fiordi, dove due anni fa ho lasciato il cuore tra una roulotte rovesciata dal vento e le saghe raccontate sul ghiacciaio da una guida alpina. All’ostello di Grundarfjőrđur, uno dei posti più belli sulla costa di Snæfellsnes, hanno posto, ma avrei quattro ore di tempo per arrivare prima che chiuda la reception. Improbabile farcela. Nella migliore delle ipotesi, da qui ci vogliono almeno due passaggi diversi per arrivarci. Ricordo il vento di quando sono stata lì e temo che trovarmi ancora per strada in serata non sarebbe il massimo. Però comunque non ho alternative al momento. Anche gli ostelli che ho chiamato a Reykjavík non hanno posto, e me lo dicono col tono di chi sta rispondendo a una richiesta assurda. Già mi manca tantissimo il piccolo mondo dei fiordi, di cui ormai conosco a memoria le strade e dove un tetto per la notte non è mai stato un problema.

Mi sposto sulla strada principale per fare l’autostop senza avere le idee chiare, penso che se trovo un passaggio, mentre sono in macchina troverò anche una soluzione. Ma diversamente dalle strade dei fiordi, che sono così poche che se sei fermo a bordo strada col pollice in su non ci saranno dubbi sulla direzione in cui vai, qui ci vorrebbe un cartello, perché dopo alcuni chilometri le strade per Reykjavík e Akureyri (seconda città dell’Islanda e cosiddetta “capitale del Nord” del paese) si separano. Infatti l’unica macchina che si ferma va ad Akureyri. In effetti da lì Reykjavík è lontana, ma le due città sono collegatissime e domani ci saranno centinaia di macchine dirette nella capitale da lì e, nella peggiore delle ipotesi, diversi autobus. E poi ad Akureyri non ci sono mai stata. E durante il viaggio avrei tutto il tempo di cercare un posto dove dormire. Tutti questi pensieri, però, in quel breve lasso di tempo in cui la macchina si ferma, mi dice “Akureyri” e io cerco di formulare una risposta mentre già metto giù lo zaino con cui mi ero precipitata sorridendo verso il finestrino aperto, purtroppo non mi sfiorano neanche. E così non vedrò Akureyri neanche stavolta.

Mentre attendo che si fermi qualcun altro, riesco miracolosamente a trovare e prenotare online un letto in un ostello di Reykjavík. Ora devo solo arrivarci. L’idea di tornare in città mi butta giù, come se il viaggio fosse finito prima del tempo. E poi a Reykjavík non saprei proprio cosa fare domani se non cose preconfezionate per turisti neofiti dell’Islanda. È venerdì sera e almeno riuscissi ad arrivare presto potrei andare a sentire un po’ di musica in qualche locale, ma esser lì prima delle undici di sera inizia a diventare un’utopia. Continuo a sperare almeno di riuscire ad arrivarci in autostop con qualcuno che mi faccia tornare il sorriso con un po’ di racconti di viaggio e chiacchiere, ma ho imparato in questi giorni che quando il morale è più basso nessuno si ferma per darti un passaggio, mi sa che è il sorriso sincero e l’entusiasmo a fare la differenza. Nessuno vorrebbe prendere a bordo un’autostoppista malinconica perché il suo viaggio sta per finire.

Djupavík, la fabbrica di aringhe, la mostra fotografica, la cascata, gli amici incontrati sulla strada, era ieri o stamattina ma mi sembra che in un attimo siano di nuovo passate settimane, come un salto all’indietro nel tempo, a prima che questa stagione avesse inizio. Lascio perdere e torno alla stazione di servizio a prendere l’autobus che in quattro ore mi porterà a Reykjavík.

Mentre l’autobus lascia la regione dei fiordi riconosco strade che ho percorso in macchina con famiglie islandesi e incroci e cartelli stradali dove ho aspettato e trovato un passaggio. Sono le stesse strade che lo stesso autobus percorreva in senso inverso, con me a bordo, due settimane fa. Ora, però, quelle strade sono mie. Arrivederci a presto, fiordi, e grazie di tutto, è stato bello 🙂

In viaggio da Djupavík, Strandir, fiordi del Nord-Ovest, a Reykjavík, Islanda.

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