Città

Barcellona. Venerdì sera. Il traghetto ha fatto quasi due ore di ritardo senza una scusa, però eccomi qui, senza mal di mare, senza aver perso pezzi, con alle spalle una lunga notte di sonno pur non ininterrotto e una maratona di serie tv per far passare più in fretta le ore diurne di navigazione.

Scendo dal traghetto e mi dirigo in macchina verso il centre ciutat. Dopo tre giorni di viaggio la mia macchina è un casino di cose sparse ovunque. Tutte cianfrusaglie di nessun interesse, ma sparse ovunque. Ma adesso è tardi e farò ordine domani. 

La città non mi entusiasma. Non parlo di Barcellona, che per la seconda volta in pochi mesi mi limito a sfiorare senza visitarla; parlo della città in generale. Essere in città. Ieri e l’altro ieri ho guidato la macchina in giro per Roma come mi capitava di fare fino a poco più di un mese fa (solo qualche volta, perché anche se i romani lo fanno regolarmente, per me prendere la macchina per girare per la città da sola è un attentato alla salute pubblica). Però ho fatto i miei soliti giri, le solite strade, non pioveva, non avevo fretta e non ne ho risentito. Poi sono partita da Roma con non so più quante ore di anticipo per andare a prendere il traghetto e ho rischiato comunque di fare tardi perché sono rimasta bloccata, quasi ferma, sul raccordo per quasi un’ora a causa di un ingorgo che tuttora mi risulta praticamente inspiegabile, ma che probabilmente per chi prende la macchina tutti i giorni nella capitale è ordinaria amministrazione.

Comunque, guidare a Roma è una situazione familiare. Guidare a Barcellona lo è meno, e non ho ancora installato il navigatore vero e proprio che intendo utilizzare qui in Spagna, quindi mi arrangio con le mappe offline di Google (non ho internet sul cellulare) e soprattutto non è che fino ad oggi abbia guidato molto, in Spagna, a parte un paio di giri (non da sola) in un paio di camper altrui, una sessione di scuola guida nello scassatissimo van bianco dei volontari dell’ostello, in cui non arrivo ai pedali, e una missione, questa sì da sola, a recuperare una macchina che non so chi aveva lasciato alla stazione degli autobus di Benidorm.

Ma Barcellona non è difficile, non è molto diversa da Roma. Strade a tre corsie dove se imbocchi la corsia centrale non puoi svoltare fino a nuovo ordine. Avenida diagonal come la Nomentana. Mi sento a casa: provo lo stesso senso di intrappolamento mentre cerco di capire come fare a raggiungere uno dei tanti garage che vedo a bordo strada, per lasciarci la macchina per la notte. Non si può passare da una corsia all’altra.

Finalmente raggiungo una rotonda, e nella rotonda una freccia col simbolo di un garage. La imbocco sollevata. In Spagna è pieno di rotonde. Forse in tutta Europa, ormai, ma qui le fanno con dentro le capre (finte), le vigne (vere), oppure cilindri dipinti in modo artistico (?) o il nome del paese in cui stai per entrare, fatto in 3D a lettere colorate. Intanto è da qualche minuto che sento uno strano rumore che proviene da sotto lo sportello posteriore dal lato del passeggero. Una bretella dello zaino o una busta dev’essere rimasta chiusa in mezzo allo sportello. Scoprirò che non è così.

Dalle parti dell’Avenida diagonal mi hanno affiancata con lo scooter mentre ero ferma a un semaforo e mi hanno bucato una gomma con un cacciavite o qualcosa di simile. Io non mi sono accorta di nulla. Mentre cercavo un garage la gomma si stava lentamente ma inesorabilmente sgonfiando. Per fortuna le gomme della mia macchina ci mettono una vita a sgonfiarsi, ma il buco stavolta era bello grosso. Se mi fossi fermata a guardare cos’era quel rumore avrebbero provato a rubarmi le cianfrusaglie dalla macchina. A dire la verità non mi sarei mai fermata senza chiudere subito a chiave e lasciando e le poche cose importanti a portata di ladro, ma al massimo avrei chiesto a qualcuno dal finestrino di dare un’occhiata. Ora che ci penso mi è capitato anche a Roma che un tizio mi fermasse sulla tangenziale dicendo che gli si era rotto lo scooter etc etc e mentre parlavamo (senza che io scendessi dal mio scooter in quel caso) mi è stato chiaro che era una truffa, e arrivederci e grazie. Comunque, trovata finalmente la rotonda che spezza l’Avenida diagonal, mi ha salvata arrivare al garage e non pensarci più fino alla mattina dopo, quando il provvidenziale garagista mi ha cambiato la gomma sostituendola con l’altrettanto provvidenziale ruotino appena regalatomi per il viaggio dal mio provvidenziale papà.

Però insomma, in città, questa o un’altra, mi è passata la voglia di andarci in macchina, anche perché ho scoperto che questa storia della gomma bucata non è un caso isolato, e che ogni giorno fioccano le denunce da parte di viaggiatori stranieri per questo tipo di truffe e di furti commessi proprio su questo stradone che taglia Barcellona fino a incontrare l’autostrada.

Tutto è bene quel che finisce bene, però questa storia mi ha fatto sentire più vulnerabile. O, meglio, mi ha tirato fuori tutta la repulsione che ho coltivato negli ultimi otto anni e mezzo trascorsi nella metropoli. Preferisco rifugiarmi nella lentezza delle strade statali, della vista da lontano delle orrende costruzioni immancabili in tutti i grossi centri abitati della costa spagnola (spero di sbagliarmi, ma finora è così), del delta dell’Ebro con la terra più piatta che mai e il mare di mille sfumature non proprio caraibiche, ma affascinanti, dal celeste chiarissimo a un blu scuro che pare quasi grigio; del tramonto sulla rocca che domina Sagunto; di piccole stazioni di servizio di provincia che mi ricordano la Puglia; di autolavaggi, rivendite di vino e cartelli stradali che mi riportano alla mente serbatoi squarciati e rami infami, autostoppisti mangiaranocchie e lezioni zen di solo qualche mese fa.

Sono tornata alla base e dopo due giorni di nomadismo interno all’ostello mi sono attrezzata una stanza piccola ma bella con le mie cose che ho portato da casa. Una stanza viaggiante, perché ho le mie cose sistemate in appendini, scatole-armadio e scatole-comodino che posso spostare in pochi minuti quando occorrerà lasciare la stanza a qualcun altro. Nelle ultime dieci notti ho dormito in nove letti diversi in quattro città/paesi e due nazioni diverse. Spesso col sacco a pelo. E grazie agli amici (e ai miei genitori) da cui mi sono auto-invitata, che mi hanno ospitata con poco preavviso e mille attenzioni. Ma siccome lo scopo di tutto questo viaggio è prendermi cura di me, e siccome amo il sacco a pelo ma anche un letto rifatto di tutto punto e con ben due cuscini non è affatto male, e allora crepi la pigrizia, un letto comodo e un copripiumino me li sono meritati, questo per ora sarà il mio rifugio e mi sa che al momento di cambiare stanza, piumino, copripiumino e cuscini li porterò con me, memore di una fantastica scena in un viaggio di arrampicata di qualche anno fa, in cui un partecipante pigro di cui non farò il nome, volendo-dovendo cambiare stanza, si fece aiutare a spostare tutto il materasso con lenzuola e coperte pur di non doversi rifare il letto. Giuro che con la scusa che qui faccio un po’ come se fossi the boss of the house, farò lo stesso 🙂

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