Il mio rifugio

Le palestre di arrampicata si nascondono di solito negli angoli più umidi e scuri delle periferie delle città, di ogni città, piccola o grande, in cui mi sono affacciata. Si nascondono, è il caso di dirlo, l’insegna di solito c’è, ma la noterai solo quando ormai sei praticamente arrivato all’ingresso. Qui la palestra di arrampicata, anzi di bouldering, perché la parete alta per scalare con la corda non c’è, esiste solo da due anni, quindi è ancora abbastanza una novità, ma nonostante si nasconda tra capannoni, silos, canali e parcheggi deserti, mi pare essere un luogo in cui si ritrova moltissima della gente più interessante che ho conosciuto in questi mesi. Come ho letto in un articolo ultimamente, probabilmente è solo perché la palestra di bouldering sta diventando un’alternativa alla palestra normale, al fitness. Dubito che la maggior parte di queste persone abbia mai visto o vedrà mai una corda o una falesia. Ma forse il tempo mi smentirà.

In palestra non c’è un istruttore che ti assiste o un corso (anche avanzato ovviamente) da frequentare, o meglio forse i corsi sono pochi e limitati. Per lo più c’è solo gente che si incontra per fare un po’ di blocchi, in gruppo. E però sono solo tre settimane che frequento la palestra e ho già un gruppo stabile di compagni.

Non so com’è ma qui tutto mi risulta facile. Io non lo sapevo, che qui la gente ad arrampicare in palestra non ci va da sola. Anche a fare bouldering, dove non ti serve la corda e quindi di conseguenza il compagno. E così, mi stavo preparando la borsa per andarci per la prima volta, ignara della presunta esigenza di rintracciare in anticipo qualcuno con cui scalare, quando ho letto sul gruppo Facebook degli arrampicatori locali che un ragazzo e una ragazza (poi, ho scoperto, anche loro conosciutisi solo pochi giorni prima) annunciavano che sarebbero andati in palestra quel pomeriggio, e che chi volesse poteva unirsi a loro. Facile. Gli ho scritto. Ci siamo dati appuntamento. Ci siamo riconosciuti.

Arrivo in palestra e appena entrata succedono altre cose interessanti (ma ne parleremo, forse, in una prossima puntata). E faccio la conoscenza dei ragazzi del post su Facebook che diventeranno a breve i miei compagni di arrampicata, a cui si unirà presto qualcun altro che ho addirittura già reclutato io in occasione di uno degli incontri tra couchsurfers che frequento regolarmente.

Sono passate tre settimane e il gruppo è composto addirittura già da sei-sette persone. Dopo la palestra torno felicemente verso la città in bici con alcuni di loro, con tanto di rottura improvvisa di un pedale (non mio) che cigolava da soli cinque giorni, e con tanto di mia caduta senza troppe conseguenze, giusto per farmi riconoscere, alla prima occasione in cui il ghiaccio fa la sua comparsa su strade e piste ciclabili. Perché come già detto, le palestre di arrampicata si nascondono invariabilmente in zone buie e umide, e se a Roma questo vuol dire zanzare per gran parte dell’anno e costanti allagamenti del sentierino di accesso alla palestra e anche della strada principale, qui l’umidità significa che, diversamente che in centro, dove fa meno freddo, appena fuori alla palestra già alle nove e mezza di sera, al momento di tornare a casa, trovo il coprisellino coperto di piccoli ghiaccioli, e soprattutto, imboccando la prima curva lungo il canale, il ragazzo che mi pedala accanto mi avvisa, occhio al ghiaccio sulla strada qui! E io faccio l’unica cosa che non va fatta: frenare e conseguentemente cadere. Una caduta da perfetta italiana che prima d’ora il ghiaccio sulla strada l’aveva visto solo in inverno nel nord della Norvegia, quando ancora il nord della Norvegia era un posto esotico in cui andare in vacanza e non un posto dove vivere e lavorare.

Devo dire che il mio cuore resterà sempre con i miei vecchi compagni e il mio vecchio gruppo nella vecchia palestra senza la quale il mio amore per l’arrampicata non sarebbe mai neanche nato, sui cui gradini ho bevuto mille birre e organizzato mille weekend, e alle cui pareti ho dato innumerevoli capocciate più o meno involontarie, oltre a una capocciata epica di cui mezza palestra è stata “testimone acustica” (cit.); la palestra in cui ho fatto le conoscenze migliori e anche quelle più dimenticabili, in cui sono stata per cinque anni l’arrampicatrice più pigra e al contempo più costante che si possa immaginare. Quella che salvo rare eccezioni ha sempre preferito scalare con chi dà più importanza alla compagnia e al paesaggio, alla birra e alle cazzate e alla musica brutta da ascoltare in macchina senza vergogna, che al grado e al progetto da portare a casa. Con gli arrampicatori che si prendono troppo sul serio non sono mai stata felice di avere a che fare. E sarà per questo che appena sono arrivata nell’ostello per arrampicatori dove ho fatto la volontaria per un paio di mesi l’anno scorso, e dove a prendersi troppo sul serio era la stragrande maggioranza degli ospiti, mi è passata la voglia di tutto. Io che mi immaginavo l’ostello per arrampicatori come un posto fatto anche per chi ha solo voglia di passare qualche giorno a scalare felicemente al sole, senza un obiettivo in particolare per cui perdere il sonno.

Comunque, anche qui non ci si prende troppo sul serio, anzi. E così, da quando sono tornata in palestra l’arrampicata è tornata ad essere rifugio, rifugio in una giornata scura per il cielo o per l’umore, rifugio quando non ho un obiettivo e mi va di giocare un po’, o di farmi sorprendere dalle mie stesse forze, dalle dita sulle prese o dai tentativi che non riescono proprio.

Da quando sono tornata in palestra mi sono ricordata perché amo l’arrampicata. O, meglio, questo surrogato dell’arrampicata che è ciò che passa il convento da queste parti, dove roccia e sole me li posso scordare. Mi sono ricordata perché la amo e perché non riesce mai a farsi odiare, nonostante tutto. Per una serie infinita di sensazioni che sconfinano spesso nel masochismo, nei lividi sulle gambe e sui gomiti, nei piedi rovinati, ma nella felicità di uscire dalla palestra e arrivare tutta impolverata a casa di amici, con le mani coperte di magnesite, e dire scusate se ho quest’aria sporca e trafelata, ma vengo dalla palestra di arrampicata. Con quel sorriso un po’ isterico e un po’ abbacchiato che solo la palestra di arrampicata mi sa dare.

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