Fuori è una domenica gelida e luminosa e io per ora la onoro godendomi il riscaldamento e il sole che illumina il mio divano. Ieri al mercato faceva così freddo che a poco è servito il burrocacao, sopra il labbro ho una macchia di pelle che si è seccata al punto di far male. Faceva freddo da morire mentre con gli altri foodsharer mettevo ordine tra le cassette di frutta e verdura ricevute dalle bancarelle che, invece di buttare la roba-quasi-vecchia, la danno a noi, e siccome non è che puoi toccare frutta e verdura con i guanti di lana, dopo mezz’ora a furia di star nude senza guanti, le punte delle dita erano quasi viola e quasi congelate e facevano male anche loro.

Così congelata e nervosa per il freddo sono arrivata al nostro quartier generale, il café in cui ormai in duplice veste sono di casa, il lunedì sera per il nostro evento poliglotta con le bandierine colorate e il sabato pomeriggio per lo stand in cui regaliamo cose da mangiare che se non le avessimo salvate sarebbero finite nella spazzatura. Come tutti i quartier generali, come in tutti i posti in cui ho passato interminabili e innumerevoli giorni e notti della mia vita, come la palestra di arrampicata a Roma e come quello che all’epoca a Bari chiamavamo il “centro servizi”, ovvero la sede delle nostre lotte politiche e delle nostre avventure di studenti, dicevo, come tutti i quartier generali della mia vita, anche questo nasconde angoli in cui sono stata felice, in cui mi sono brillati gli occhi, in cui ho avuto voglia di sparire, quel tavolo vicino alla porta in cui più volte timidamente, educatamente o ubriacamente tentare di dirsi che è finita, il tavolo con la carta geografica in cui ho stretto mani e imparato nomi e distribuito bandierine a persone che non ricordo più, il divano invaso dalle giacche su cui sedersi finalmente a fine serata con l’ultima birra dopo quattro-cinque ore passate in piedi a parlare a volte di non so che, la stanza del ping pong in cui mi sento sempre straniera, popolata da ragazze che a differenza di me sanno giocare davvero e di amici che insistono per una partita.

Così congelata e nervosa mi hanno vista i miei amici riuniti per un caffè senza appuntamento quando con le altre ragazze del foodsharing sono arrivata dal mercato con le mani in principio di congelamento e lo zaino e le borse piene di verdure, patate e pane da distribuire. Senza appuntamento perché avevo scritto che sarei stata lì ma nessuno aveva risposto, e invece. E mi hanno visto la pelle rattrappita dal freddo e mi hanno detto fermati, ti aiutiamo noi. E io dico sempre no, non c’è bisogno, e invece sì che c’è bisogno, che a fare le cose insieme si fa prima e meglio, e forse non lo imparerò mai.

Un’ora dopo e molte insalate e molto pane (distribuito) più tardi, con lo zaino finalmente più vuoto, il cuore più pieno e le mani più calde, mandato al diavolo un tizio che al mio grazie per aver mangiato uno degli ultimi frutti rimasti “orfani” sul bancone ha risposto con un trattato filosofico in tedesco sul senso del donare che forse voleva essere un tentativo goffo-intellettuale di abbordaggio (gli uomini tedeschi e le donne meriterebbero un capitolo a parte e la mia reazione, normalmente, oscilla tra la compassione per la loro incapacità di provarci e la fuga repentina dalla noia mortale di certe conversazioni), mi sono rifugiata al tavolo dei miei amici con un caffè-cioccolata calda, bellissimo ma che non sapeva di niente. Gli strascichi del venerdì sera nei bar del centro si facevano ancora sentire su di me e anche sugli altri e pensavo di essermi seduta con loro solo per educazione e per cinque minuti di chiacchiere e dire sorry, vado a casa, ho solo voglia di mettermi sotto le coperte.

E invece sono rimasta due ore travolta dalle chiacchiere, dalle idee e dagli incontri che non mi aspettavo, ma chiaro, il quartier generale è casa e se ti siedi vicino alla porta saluterai la metà delle persone che entrano e che conosci. Anche se di alcuni continuo a non sapere il nome. E ho pensato che anziché rifugiarmi in casa sotto le coperte da sola per sfuggire al freddo, la cosa migliore fosse dire agli amici andiamo a casa mia, consumiamo tutte queste cose da mangiare che ho “salvato”, aiutatemi che ho il frigo troppo pieno. Siamo arrivati a casa mia e ci è passato il freddo e a me è passata la malinconia, anche se la pelle rovinata dal gelo si vede più di quanto vorrei e c’è chi me lo fa pure notare, in quella specie di confusa intimità non più richiesta e che non vorrei più, ma da cui non riesco ad andar via.

È calata la notte ma non il vento, un’amica si è fermata a dormire sul mio divano per non dover guidare con la strada ghiacciata, io sono uscita a cercare gli amici irlandesi in un locale scadente per una birra tardiva di san Patrizio, ma la lunga giornata di festa li aveva già messi K.O. e mandati a casa prima del mio arrivo, ho visto cose che forse era meglio non vedere ma tanto stamattina è tutto come se niente fosse e ora mi vestirò per andare dall’altro lato della strada a guardare la partita su un altro divano che è casa, ma non troppo.

Ieri era una giornata gelida ma una data da ricordare e onorare. Una data in cui per qualche ragione non mi sento mai troppo bene. La sera in cui tre anni fa se n’è andata una persona meravigliosa e forte che mi ha insegnato a guardare il mondo sempre con stupore e una curiosità infinita. Una persona che aveva i superpoteri, ma una malattia contro la quale non bastano neanche i superpoteri se l’è portata via. La sera in cui un anno fa, anche se io non me ne ricordo affatto e lui dice che è un chiaro segno del fatto che qualcosa in me mi aveva avvisata che era meglio non cominciare proprio, ho incontrato per la prima volta la persona con cui da un anno a questa parte ho costruito e disfatto un mondo, cui mi legano un odio e una complicità che, mio malgrado, non mi lasciano mai sola.

Una data che mi lega a due persone che in modo diverso mi hanno insegnato a onorare e amare la vita, e che per ragioni diverse mi fanno pensare alle stesse parole del mio libro preferito, queste: “If living is an art it is a strange one, an art of everything, and particularly of spirited pleasure. Its developed form would involve a number of qualities sewn together: intelligence, charm, good fortune, unforced virtue, along with wisdom, taste, knowledge, understanding, and the recognition of anguish and conflict as part of life. Wealth wouldn’t be essential, but the intelligence to accumulate it where necessary might be. The people I can think of who live with talent are the ones who have free lives, conceiving of great schemes and seeing them fulfilled. They are, too, the best company.”

E poi, oggi è già un altro giorno e forse fuori fa meno freddo.

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